A LEZIONE DA BEBE

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La normalità? Solo un’invenzione di chi è privo di fantasia.

A margine della straordinaria giornata trascorsa con Bebe Vio, la campionessa paralimpica di scherma alla quale è stato dedicato il lungomare delle Stelle 2017, tornare a parlare di disabilità senza cadere in un patetico pietismo non è impresa semplice: voglio tentare comunque, esercizio introspettivo di cui sento l’esigenza per capire cosa ho davvero portato a casa lo scorso 4 luglio.

Lezione numero 1: la percezione Ho la sensazione, io che in apparenza disabile non sono, che la disabilità sia anche una percezione, spesso distorta, che ci porta a considerare solo le cose che non si possono fare anziché quelle che si possono fare. E, queste ultime, sono un’infinità. Me lo ha insegnato Bebe, e prima di lei Stephen Hawking, astrofisico noto per i suoi studi sui buchi neri e sull’origine dell’universo. un genio imprigionato in un corpo immobile, ma se paragono il suo cervello alle mie gambe mi viene da chiedermi: chi tra noi due è il vero disabile?

Lezione numero 2: la vita è una figata la frase è di Bebe (scherzosamente racconta che per far parte della sua associazione, Art4Sport, deve mancarti almeno un pezzo), ma il concetto appartiene anche a Tommaso, ragazzino tosto figlio di amici e da qualche mese con un cuore tutto nuovo. Tommaso ha conosciuto Bebe alla nemo Beach e le ha detto: “Sai Bebe, io i pezzi li ho tutti, ma uno non è mio!”. Chapeau. grazie Tommaso. E buona vita.

Lezione numero 3: la normalità Chi stabilisce cos’è la normalità? la risposta è semplice: nessuno e ciascuno di noi, perché la normalità è un’invenzione di chi è privo di fantasia. Allora basta per cortesia con definizioni idiote dove tutto ciò che non è standardizzato deve essere diversamentequalcosa, cerchiamo di fare uno sforzo e almeno una volta di non essere diversamenteintelligenti. Questo è un punto delicato, passiamo allora alla lezione numero 4.

Lezione numero 4: diffidare dei diversamenteintelligenti la titolazione del lungomare delle Stelle a Bebe Vio ha richiamato moltissimi giornalisti. Bene. A notte fonda, mi leggo la versione on line del gazzettino, che pubblica un articolo accompagnato da bellissime foto. Bene. E siccome un po’ masochista lo sono, vado a leggermi anche alcuni commenti. Male. Tale Chiccar scrive: Una spiaggia a nome suo? E che cosa avrebbe fatto? Caro Chiccar, gli straordinari risultati sportivi ottenuti da Bebe sarebbero già di per sé ragione sufficiente per motivare un riconoscimento come il lungomare delle Stelle, se a ciò ci aggiungiamo l’energia e la gioia di vivere che questa atleta riesce a trasmettere anche a chi è convinto di vivere senza ali, direi che ogni commento velenoso è inutile, fuori luogo e del tutto gratuito. Torno allora alla lezione numero 1 e alla percezione della disabilità: già firmarsi Chiccar dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme. Altro non aggiungo.

Lezione numero 5: l’autocommiserazione Spesso il problema principale dei disabili sono i disabili. Pochi posso, troppi non posso. resta il fatto che, al netto di sfighe vere o presunte, a un certo punto devi fare una scelta: o permetti alla disabilità di comandare la tua vita oppure, al contrario, decidi di essere tu il solo protagonista della tua esistenza. Tanti posso, pochi non posso. E se lo dice Bebe, una ragazza che nemmeno adolescente si è vista amputare gambe e braccia…

Lezione numero 6: saluti dalla Nemo Beach lo dicevo prima, da giornate come queste cerchiamo di portare tutti a casa qualcosa: io ho portato a casa moltissimo, mi piacerebbe fosse stato così per molte altre persone. le 5 lezioni di cui sopra, allora, le dedicherei a tutti i Chiccar del mondo. Che dici Bebe, ti va?

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