«Vi racconto la squadra più forte del mondo»

Milanista da sempre e per sempre, dalle giovanili a quando, a 41 anni, ha smesso. Con Mauro Tassotti, Paolo Maldini e Franco Baresi, ha composto una delle migliori linee difensive della storia del calcio. Con il club ha vinto tutto quello che c’era da vincere, a cominciare dalle 5 Champions (allora Coppa dei Campioni). Alessandro “Billy” Costacurta è stato protagonista di una bella serata in piazza Milano, tra aneddoti e ricordi.

Alessandro, cos’ha significato giocare nel Milan?

«Un privilegio, perché ero nella squadra più forte del mondo, che rappresentava la mia città. Basti pensare che ho giocato con 14 palloni d’oro ed altri compagni, come Baresi, Maldini e Savicevic che non l’hanno vinto, ma che erano fortissimi».

Hai vinto tanto, ma mi piace ricordare il Premio Andrea Fortunato (difensore della Juventus morto di leucemia a 24 anni) e dato a chi si distingue nel sociale e nella solidarietà: una cosa molto bella.

«E lo è. Fino ai 20 anni la mia vita ha avuto più tragedie che vittorie e questo, probabilmente, mi ha aiutato a guardarmi più attorno, dandomi la forza a comportarmi bene, perché mi dava l’impressione che mio papà, mancato quando avevo 17 anni, mi guardasse da lassù. La mia fortuna è stata avere famiglia che mi ha portato verso solidarietà».

A proposito della mancanza di tuo papà: tu lo citi spesso per averti aiutato in quel momento.

«Lui era il mio allenatore alla Beretti. Tre giorni dopo il funerale di mio papà avevamo la finale e lui mi disse: domani c’è allenamento. Mister, non ce la faccio. E lui: tu prendi e vieni. Mi fece giocare e vincemmo. Da quel momento era la persona che mi veniva a prendere e portare a casa. E’ stata, per me, una persona molto importante. Nonostante gli riconosca dei difetti, come avere vinto scudetti anche con la Roma e la Juventus…» (sorride)

Quando sei tornato al Milan, dopo la parantesi in C1 con il Monza, trovi Arrigo Sacchi: che allenatore è stato?

«Ho sempre pensato fosse il Leonardo del calcio italiano, perché ha portato qualcosa di incredibile, nelle idee e nella mentalità, in un momento in cui il nostro calcio stava soffrendo. Aveva delle idee pazzesche, con un presidente, Berlusconi, pazzesco. Loro due erano dei visionari e la bravura di quel gruppo di giocatori è stata quella di seguire due geni».

Carlo Ancelotti premiato dall’Uefa come migliore allenatore…

«Si parla tanto di Guardiola, di Klopp… ecco, penso che tutti dovremmo parlare di “Ancelottismo: la capacità che ha lui di rimodulare le squadre, non penso esista al mondo. E’ un riferimento per la squadra, un vero comandante e lo è stato anche da giocatore»

Hai vinto cinque Coppe dei Campioni: quale la più bella?

«In un certo senso credo la prima, a Barcellona, contro lo Steaua Bucarest, battuto 4 a 0, per il trasporto totale. Se mi chiedi di quella contro la Juventus, beh è stata strana: da una parte perché venivamo dalla semifinale vinta, con doppio pareggio, sull’Inter; dall’altra perché ci siamo trovati a giocare contro i nostri compagni di squadra in Nazionale. Credo non ci sia mai stato uno scontro così duro tra amici».

Tanti gli attaccanti forti avuti, però mi viene da citare Kakà.

«Ci innamorammo subito per la sua tecnica e la sua straordinaria velocità. Ricordo il primo allenamento: fece uno scatto a Nesta, che era molto veloce, e capimmo subito che aveva qualcosa di speciale. Al punto che ero spaventato per l’amico Rui Costa, perché capii che gli poteva portare via il posto. E lo capì anche lui. Avevamo davanti un giocatore che aspettavamo da tanti anni, che avrebbe riportato l’eleganza a San Siro, quella che era stata di Van Basten».

Charles De Ketelaere può essere il nuovo Kakà?

«Non credo abbia la velocità di Riccardo; per il resto ha molta tecnica».

Ma oggi quanto sarebbe valutato Costacurta?

«Facendo parte di una certa difesa, in più in Nazionale, penso sopra i 50 milioni. Però, ripeto, la mia fortuna è stata di essere stato vicino a giocatori come Baresi e Maldini: anche tu avresti fatto bella figura con loro due».

Perché non hai seguito il percorso da allenatore?

«Perché, rispetto ad altri colleghi, non riuscivo a pensare al calcio per venti ore al giorno. Ho la passione per il calcio, certo, mi informo, ma non è totale. Ho scoperto che c’è dell’altro dopo che ho smesso. Penso ad altre cose, come stare con la donna più bella d’Italia, di cui sono innamorato pazzo, e seguire un figlio che è l’amore della mia vita».

Rimpianti?

«Come faccio ad avere rimpianti? Ero nella squadra più forte del mondo ed ho vinto tutto quello che c’era da vincere».

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Giornalista professionista, da anni è corrispondente per il NordEst di RTL 102.5 (operando nei settori informativi della cronaca nera, bianca e politica ed inviato per la redazione sportiva dallo stadio di Udine) e de Il Gazzettino. E’ stato autore e conduttore di programmi televisivi di emittenti regionali. Segue uffici stampa, soprattutto in ambito turistico. Moderatore di convegni. Presentatore di rassegne di incontri con gli autori di importanza nazionale e internazionale. Da tre anni è direttore responsabile della rivista ViviJesolo.

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