Andrea Scanzi

Duro, rock, ma con un cuore che si emoziona

Una Harley, la voglia di sognare, ma soprattutto di conoscere, di guardare l’Italia con occhi diversi, evidenziandone ogni più piccola sfumatura.

Andrea Scanzi, firma di punta de Il Fatto Quotidiano, opinionista e conduttore televisivo, ma anche autore teatrale, ha raccontato la sua Italia nel libro Con i piedi ben piantati sulle nuvole (Rizzoli).

è stato a Jesolo per presentarlo e, chissà, per prendere appunti per un suo prossimo libro.

Andrea, che Italia hai trovato nel tuo viaggiare?

«Un’Italia un po’ confusa, smarrita, con un grandissimo bisogno di trovare delle persone di cui fidarsi, di punti di riferimento a cui aggrapparsi. Ho trovato tanti naufraghi, persone che vorrebbero sognare, avere dei punti di riferimento chiari, ma non riescono a trovarli. Non delle persone che hanno detto “Non combatto più”, ma che non sanno di chi fidarsi».

Un libro che non parla di politica, ma che, indirettamente, evidenzia come la politica non sia immune da responsabilità.

«La politica c’è sempre, anche quando non se ne vuole parlare. In questo senso il libro è una critica alla politica che si è dimenticata di stare accanto alle persone che si sentono sole, che non hanno più un lavoro, che non hanno più punti di riferimento. Ma è anche una critica alla nostra categoria, quella dei giornalisti. Siamo un po’ diventati una categoria di figure che non ascoltano più la realtà, ma molto sé stessi. A me piace andare in televisione, essere riconosciuto, essere (tra virgolette) famoso, più o meno: ma se perdo la curiosità e quella sensazione ed esigenza di ascoltare le persone, allora cambio lavoro. Trovo che tanti colleghi, anche più famosi, noti e televisivi di me, negli ultimi anni abbiano perso il contatto con la realtà e, purtroppo, le persone se ne accorgono, perché non hanno più punti di riferimento».

Nel libro ci sono anche dei momenti molto personali, due su tutti: il viaggio a Cesenatico e la moto regalata al papà.

«Cesenatico non poteva non esserci. Se tu mi chiedessi qual è stato lo sportivo che più ho amato, al primo posto metterei Marco Pantani. Quando sono andato a salutarlo mesi fa nella sua cappella di famiglia, a Cesenatico, mi ha colpito molto ed ho voluto raccontarlo: è stata un’emozione forte. Vent’anni dopo la doppietta Giro d’Italia-Tour de France del 1998 mi sembrava giusto e doveroso abbracciarlo. Non sarà stata l’ultima volta, perché ci tornerò.

Per quanto riguarda mio padre, dovete sapere che io sono diventato un motociclista (ammesso che lo sia diventato davvero) da circa un anno e mezzo, mentre ricordo che lui da almeno quarant’anni aveva il mito della moto. Non la prese mai per tanti motivi: aveva un figlio, una moglie che magari si arrabbiava o comunque rimaneva in pensiero. E così a settembre dell’anno scorso, senza dire niente a nessuno, se non alla mia compagna dell’epoca, mi dissi: gliela regalo. Ho regalato la moto dei suoi sogni. L’ho presa e gliel’ho lasciata sotto casa per poi farlo uscire con uno stratagemma: ricorderò sempre la faccia che fece quando la vide, perché si commosse. Adesso succede, d’estate soprattutto, che io con la Harley e lui con la Guzzi, andiamo a farci un giro; so che lo rendo felice e lo sono io stesso. Solo quello giustifica la nostra piccola esistenza».

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