Federico Rampini

Le linee rosse per capire il mondo

Giornalista e saggista italiano naturalizzato statunitense, Federico Rampini ha avuto la fortuna ed il merito di viaggiare molto e di continuare a farlo. Da Bruxelles a Parigi, da New York a San Francisco, da Milano a Shangai, come corrispondente e come docente universitario. Ha avuto, grazie a questo, la possibilità di vivere in prima persona le vicende più importanti che in qualche modo hanno segnato e condizionati i nostri tempi. Con Le linee rosse, il suo ultimo libro, presentato a Jesolo Libri, ci fa capire come le carte geografiche abbiano dei confini diversi da come li conosciamo.

«Credo che per capire questo mondo impazzito in cui viviamo, questa età del caos, le carte geografiche ce le dobbiamo reinventare continuamente, dobbiamo disegnare una mappa del globo che sia un po’ diversa da quella che ci hanno insegnato a scuola».

Tra i capitoli quello dedicato all’America: il presidente Donald Trump può essere considerato il terminale della decadenza americana?
«Questo è vero e nel mio libro, il primo capitolo è inevitabilmente dedicato a questo interrogativo, ovvero se stiamo assistendo al tramonto finale dell’impero americano, del lungo secolo di egemonia americana. Secondo me Trump è un acceleratore di fenomeni già in corso, perché il declino era nei fatti, il ridimensionamento degli Stati Uniti rispetto all’economia cinese ad esempio è nei numeri. Certamente lui, con il suo isolazionismo, accelera ad esempio un disfacimento delle alleanze tradizionali, che erano un punto di forza degli Stati Uniti».

Dall’altra parte c’è un nuovo impero che avanza, quello cinese.
«Viceversa, infatti, stiamo assistendo ad una invasione pacifica della Cina, che evidentemente ha un progetto ben preciso. Esiste un progetto imperiale cinese: le vie della seta sono un buon esempio perché, come disse un geografo tedesco dell’ottocento, gli imperi in ascesa costruiscono strade, gli imperi in declino costruiscono muri; e questo gigantesco progetto di infrastrutture, mille miliardi di investimenti lungo le vie della seta, è veramente egemonico. Tuttavia, per poter rispondere alla domanda moriremo cinesi?, bisogna capire se la Cina è anche capace di diventare una fabbrica di sogni, di valori e di ideali come lo è stata l’America».

Il capitolo La globalizzazione raccontata dal Prosecco sembra quasi un invito ad essere più orgogliosi di essere italiani.
«Questa è una annotazione molto autobiografica: siccome sono italiano e mi sento profondamente italiano (ho vissuto da nomade globale tutta la vita), una delle esperienze più meravigliose che ho è quando mi presento come italiano, per gli stranieri (che siano americani o cinesi) è come se mi si facesse salire su un piedistallo. C’è grande ammirazione: il mondo intero vorrebbe vivere come noi».

Com’è essere corrispondente da New York all’epoca di Trump?
«L’America ha questa peculiarità, che è anche un’anomalia: il federalismo americano è talmente spinto che, dal punto di vista della vita quotidiana, è più importante sapere chi è il tuo sindaco e il tuo governatore. New Yok ha un sindaco democratico, un governatore democratico, quello che viene deciso dal governo federale a Washington non ha un impatto forte sulla vita di tutti i giorni».

E com’è, invece, rivedersi in tivù attraverso l’imitazione di Maurizio Crozza?
«Crozza è un gigante. A parte tutto il rispetto che bisogna avere per la satira, il dato più interessante per me è che mia mamma, che vive ancora a Bruxelles, da 60 anni, e che mi vede raramente, guardando Crozza ha scoperto degli aspetti della mia fisionomia che non conosceva. Quindi vuol dire che è proprio bravo».