Lilli Gruber

di Fabrizio Cibin

“Si dice che non si vuole più leggere ed ascoltare: voi siete la prova che non è così”. Si presenta così, Lilli Gruber, alla sua prima volta in Riva al Piave, per un incontro con i suoi lettori. La incontriamo alla libreria Moderna, alla presentazione de “Inganno”, il terzo episodio della saga storica che ha conquistato gli italiani, dopo Eredità e Tempesta.
E il suo primo commento è stato di soddisfazione per le tante persone incontrate in libreria. «Questo ci permette di raccontare di una Italia di cui troppo poco si parla».
Lilli, prima di tutto una curiosità: il modo in cui ti sedevi quando presentavi il Tg, la cosiddetta posizione alla Gruber.
«Non era nulla di studiato. Era il 1987 quando mi chiamò l’allora direttore del Tg2 ed andai subito in onda.
La Rai non era così moderna ed attrezzata, specialmente per le donne (io fui la prima a presentare un tg in prima serata). La storia della posizione, dunque: era dovuto al fatto che lavoravo con due telecamere, una di fronte ed una alla mia sinistra; quindi per essere in asse con quella alla mia sinistra, dovevo mettermi in quel modo. Non ero rigida di mio, mi veniva naturale così. Poi su questo ci hanno fatto studi all’università”» (e ride…).

Il tuo primo libro della trilogia, Eredità, è nato dal diario della bisnonna: bisogna fare attenzione a quello che troviamo in scantinato, allora.
«Scoprii che questa mia bisnonna, molto colta per quei tempi, aveva tenuto un diario. Però ci impiegai molto tempo prima di decidere di scrivere il primo libro: è faticoso confrontarsi con alcune cose.
Il primo libro, scaturito da quel diario, racconta della Prima Guerra Mondiale fino agli anni Quaranta.
Nel secondo libro si parla degli eventi fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ho voluto, poi, raccontare questi anni del Sud Tirolo, perché ancora una volta l’Alto Adige diventa una finestra sul resto del mondo. Rovistando anche in archivi privati ho scoperto anche verità che non si pensava.
è un libro che può essere interessante per capire come sono funzionati nella realtà i giochi della guerra fredda. Troverete anche un esperimento da un punto di vista narrativo perché ho cercato di fondere assieme la fiction con l’inchiesta, con le ricerche d’archivio, con le interviste».

Oggi la verità è manipolata dal potere come avveniva un tempo?
«La verità è sempre stata manipolata, a seconda dell’utilità, a seconda del momento, a seconda degli obiettivi che il potere voleva raggiungere. La propaganda del potere c’è sempre stata, questo non mi stupisce.
Quello che cambia oggi, rispetto a ieri, è che i mezzi sono infinitamente più potenti. Pensavamo che con la televisione avessimo raggiunto il massimo, ed invece con internet ed i social è molto più veloce, potente e facile e non c’è più l’intermediazione giornalistica. Basta vedere Trump, ma anche Salvini e Di Maio: preferiscono tutti comunicare con i social e dicono quello che vogliono. Invece se vengono in un piccolo programma come Otto e Mezzo, a qualche domanda devono pur rispondere».

Ci sono momenti in cui si vedono pochi politici alla sua trasmissione.
«Intanto perché le seconde file non le voglio avere, non mi interessa. Le primissime file sono due, Di Maio e Salvini. Siccome sono ovunque… tanto da chiedermi quando lavorano questi.
Posso fare il mio programma benissimo anche senza. Piuttosto che fare da cassa di risonanza a una propaganda vuota o piuttosto che avere ospiti di poca importanza, preferisco cercare giornalisti, commentatori, esperti che ci facciano capire qualcosa di quello che sta succedendo.
Perché è tutto così rindondante, siamo così tramortiti da tutti questi messaggi così ripetuti e straripetuti… Questo linguaggio, questa politica così muscolare e macista, a me non piace e non penso che ci porterà a qualcosa di buono».

Lei non è presente nei social e neanche su wapp: per scelta o per snobismo?
«Nessuno snobismo. Intanto della mia vita privata non ho niente da raccontare e non vedo a chi potrebbe interessare. Le mie opinioni personali neanche. Poi non avrei neanche il tempo.
Penso che queste nuove tecnologie siano state fondamentali per cambiare anche i contenuti del racconto giornalistico, sono fondamentali anche per la manipolazione della realtà. Penso siano fondamentali anche per acculturarsi di più, per conoscere meglio, per approfondire, ci sono delle possibilità straordinarie, ma bisognerebbe che le giovani generazioni, fin da piccoli, fossero messe in guardia anche sui rischi.
Ho detto alle mie nipoti che le foto di famiglia, dove ci sono anch’io, non le utilizzassero sui social. Ognuno di noi ha un senso del pudore, della privacy. Non centra nulla la trasparenza pubblica».

Lei è stata parlamentare europea e si dimise prima, evitando così di prendere la pensione.
«Mi dimisi perché non volevo più ricandidarmi. Avrei potuto iniziare Otto e Mezzo e finire il mandato e quindi avere diritto alla pensione, ma non mi sembrava onesto. Mi sembrava corretto, anche nei confronti dei tanti italiani che mi avevano votato nel 2004, dimettermi e rinunciare alla pensione. Mi sembrava fosse corretto così».

In tutte le interviste traspare come tenga all’Europa.
«Ci tengo moltissimo all’Europa. Anche perché vengo da un luogo di confine, di frontiera. Difendere le proprie radici non vuole dire innalzare i muri. Ed invece viviamo in un’epoca in cui ci viene detto di chiuderci. Certo che la globalizzazione è un grande problema. Ma non è colpa dell’Europa».

C’è chi pensa che ormai viviamo in una dittatura.
«Non viviamo in una dittatura e quelle “tradizionali” oggi non sarebbero più possibili, perché è cambiato il mondo, le strategie. Quello che dovrebbe farci un po’ di paura è l’imbarbarimento del linguaggio. Non voglio che il politico parli come noi. Chi rappresenta i cittadini e le istituzioni di uno Stato serio non dovrebbe parlare come noi, ovvero dire le cose peggiori.
Cosa suggerisco? Alcune cose semplici che garantiscono la felice convivenza: la prima è la buona educazione, se tutti fossimo più educati, la vita sarebbe più semplice».

Si stava meglio quando si stava peggio?
«Non dirò mai questa cosa: penso che nel nostro Paese ci siano delle ottime risorse, anche tra i politici; non penso affatto che tutti i politici siano dei mascalzoni, non bisogna mai generalizzare (vale per tutte le categorie); ci sono persone serie e perbene, che combattono per fare di questo un Paese migliore. Io il mio primo libro l’ho scritto nel 2003 ed ho girato l’Italia con la scusa della presentazione del libro e ho incontrato un’Italia che è molto poco rappresentata in televisione, ma è grazie a questa Italia che non siamo affondati da tempo».