Luca Ward

“Solo preparandovi e studiando potrete essere completi e realizzare i vostri sogni”

“Al mio segnale, scatenate l’inferno”. Oppure: “Mi chiamo Massimo Decimo Meridio, comandante dell’esercito del Nord, generale delle legioni Felix, servo leale dell’unico vero imperatore Marco Aurelio…”. Chi non ricorda le frasi cult del film Il Gladiatore. Grande interpretazione di Russell Crowe, grande doppiaggio di Luca Ward. è stato tra i protagonisti del Giffoni Movie Days – San Donà di Piave, dove ha incontrato i ragazzi del territorio.

Cosa bisogna fare per diventare attori?
«Per diventare attori dovete essere mossi da qualcosa di veramente potente, perché numericamente siamo tre volte gli operai della FIAT. Nasciamo precari in un Paese che si trova a fatica sulle mappe. Studiate tutto: il doppiaggio, la televisione, il cinema, il teatro, la radio. Solo preparandovi potrete rendervi completi».

Cosa sta alla base di questo lavoro?
«Credete in se stessi: quando ho iniziato il mio percorso ero l’ultimo di un esercito di esordienti. Mi sono messo a studiare, trascorrevo le serate a casa a esercitarmi con un registratore bisogna avere passione e cura per quello che si fa. Voi giovani non avete i modelli che aveva un tempo la mia generazione, dagli attori ai politici. Tenete ben presente un solo punto cardine: la famiglia. Lasciatevi aiutare, indicare e sostenere».

Cosa preferisci tra grande schermo, teatro e doppiaggio?
«Sono mondi diametralmente opposti. Per me il palcoscenico resta primario, lo dico anche a chi vorrebbe intraprendere questo mestiere strano, anomalo e difficile. Puoi definirti attore solo se sei nato sul palco. Il teatro è formazione. Si parte da lì e poi ci si specializza nei vari settori. Certamente l’emozione vince su tutto, perché quando si apre il sipario ci siete voi, il pubblico».

L’amore per il doppiaggio resta comunque forte?
«L’unico settore dello spettacolo che non ha compromessi: devi saperlo fare, non conta l’estetica. Questo non vale né in televisione, né al cinema e purtroppo anche in teatro iniziano ad adattarsi. L’abilità sta tutta nel rendere al meglio il lavoro dell’attore ed è molto difficile far stare il nostro labiale sugli interpreti americani».

Come sta il cinema italiano?
«Avevamo un parco d’attori fortissimo, non c’è stato un ricambio e questo ha causato un grande gap con altri Paesi. In passato bisognava scegliere i migliori talenti per non sbagliare, poi la politica ha messo le mani anche sul cinema, rovinando tutto quello che ha incontrato. Eravamo i primi al mondo, ora siamo al 176° posto per incassi. A Cinecittà si giravano 200 film l’anno, oggi non si muove più nulla. È tutto chiuso ed è terribile. Mi piacerebbe rivedere il cinema italiano com’era cinquant’anni fa. Il cinema e l’arte devono essere liberi».

Ci sono attori molto attivi su Facebook e Instagram: che ne pensi?
«Ho visto tanti colleghi derisi sui social a causa delle proprie scelte. Prima di criticarli bisognerebbe capire che sono persone: hanno mutui da pagare e problemi come tutti. I social sono un mezzo importante che bisogna usare con saggezza».

Proprio il rapporto delle giovani generazioni con i social network ha fatto da filo conduttore alla masterclass delle giovani attrici Angela Fontana, Denise Tantucci e Blu Yoshimi, protagoniste di “LikeMeBack” per la regia di Leonardo Guerra Seràgnoli. Un teen-dramma che usa il pretesto della vacanza in barca di tre amiche per creare un mini ‘sistema social’, isolato all’esterno e pronto a implodere a causa dell’ossessione per questo mezzo.
«Fare questo film ha significato mettersi a nudo completamente, spogliarsi fisicamente e mentalmente ed entrare in un mondo sconosciuto. Questa promiscuità fra reale e virtuale, tra persona e personaggio, è stato il modo più efficace per trovare in questo film uno specchio della nostra generazione. Le tre attrici, tutte classe 1997, avevano come traccia una sceneggiatura molto esile, poi riempita grazie alla loro interazione sulla barca e alla creazione di un profilo Instagram gestito insieme durante la lavorazione».

Come ricordi i tuoi incontri al Giffoni?
«Nel 2010 sono stato per la prima volta a Giffoni, davanti a 800 ragazzi. Non sarei più andato via davanti alle loro domande intelligenti che spaziavano a 360 gradi. Nulla di simile mi era mai capitato in altri Festival o conferenze stampa. La dimostrazione di quanto Giffoni sia un contesto all’avanguardia che mette al centro i giovani».

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