Zaia: le mie estati con Albertino, Fargetta, Molella e Fiorello

Presidente, come sono state le estati del giovane Luca Zaia?
«Non sono mai stato un grande vacanziere. Da piccolo, con i genitori, era tassativo andare in montagna, ad Alpago nella fattispecie e, negli ultimi anni, a Caldonazzo. Poi a Ferragosto erano un must le uscite in giornata: una volta in montagna, poi al mare ed ancora in montagna. Mi ricordo a Jesolo, con un tavolino in piazza delle corriere (piazza Drago, ndr): era tradizione, quando venivi su dalla spiaggia, prendere un pollo e mangiarlo là. Una volta funzionava così. Stiamo parlando degli anni ’70, quando era tutto molto più easy. Comunque io tutte le estati, da quando avevo 6 anni, stavo in officina con mio papà. Ho anche trovato una vecchissima agendina di quando avevo 9 anni e mi segnavo le ore, che poi mio papà mi pagava. La mia più grande tortura era fare passare le 8 ore. Però mi ha aiutato molto, perché inizi a ragionare: la macchina, se ci pensate, va, ma non parla e devi fare muovere il tuo cervello. Grazie a quella esperienza io sono totalmente autonomo».

Ma la sua prima vacanza da adulto?
«Avevo compiuto a marzo 18 anni (era il 1986) ed a settembre andai, con altri due compagni di scuola, in Costa del Sol, in Spagna, alla guida di una “2 Cavalli”: 3300 chilometri, tutti su strada normale, non in autostrada. Una esperienza che ricordo ancora bene e sulla quale ho anche scritto un libro, che è ancora in bozza. Comunque, tornando al lavoro, sono stato in officina fino ai 18 anni, poi ho iniziato ad organizzare feste ed a fare il pierre all’Amadeus, una vecchia discoteca di Caorle. Avevo trasformato le vacanze in lavoro».

Lei mostra con orgoglio i calli alle mani, segno del lavoro svolto anche da giovane: quello della cosiddetta stagione sarebbe una esperienza utile per i ragazzi di oggi?
«Non solo utile, ma doverosa, al punto che dovrebbero essere le istituzioni a garantirla. Poi ai giovani dico: non abbiate un approccio catastrofista, pensando che siano tutti raccomandati, che una volta fosse più facile… Quando io mio sono laureato, lo spread era a 600 punti, tanto per avere una dimensione. Ricordatevi che il pessimismo avantaggia l’ottimista. Un diciottenne di oggi che un giorno diventerà presidente al posto di Zaia, che dirigerà un giornale o sarà rettore di università, ci sarà di sicuro, per cui non chiamatevi fuori dalla battaglia».

Cosa ricorda più volentieri di quegli anni?
«La libertà. Ero arrivato ad un punto, a venti anni, da avere un tenore di vita che ora non ho. E non solo da un punto di vista economico, che sembra banale, ma anche di libertà personale. Non dovevi preoccuparti del giudizio di nessuno. Obama ad un giornalista che gli diceva “sei fortunato perché tutti ti salutano, ti invitano a cena…”, rispose “La gente non conosce il valore dell’anonimato”. E’ il valore che mi manca di più. A me piace moltissimo il calore e l’affetto della gente, sia chiaro. Però mi piacerebbe, ad esempio, stare sotto l’ombrellone senza il pensiero che ti fotografano la pancia o che dormi a bocca aperta».

A proposito dei trascorsi da pierre, Albertino l’altro giorno l’ha riconosciuta e chiamata. «Aveva visto la foto e mi ha chiamato. Lo conosco dall’84, dagli anni della trasmissione Dj Television. Ho fatto delle feste studentesche con lui, Molella, Fargetta, Fiorello… in anni in cui erano agli albori. Pensate che c’è sempre qualcuno che crede di screditarmi con delle foto del mio passato. O come quando, mentre ero Ministro, per parlare male di me dicevano che ero stato un pierre, senza ricordare, invece, che, ad esempio, so tre lingue, spagnolo, inglese e veneto. Dico ai giovani: prendete le dieci persone che ritenete le più fortunate e chiedetegli cosa facevano prima di diventare famose; scoprirete quanti lavori hanno fatto. Io ho fatto tanti lavori: ad esempio, mi sono laureato andando a raccogliere pelli sporche in tutto il Triveneto. Nono sono mai stato un attimo fermo».

Cos’ha il Veneto da attrarre i turisti? «È la regione più bella al mondo. In Egitto ci sono le piramidi? Noi abbiamo le Dolomiti. Negli Usa c’è la Monument Valley? E noi la costa. I veneti stessi non si rendono conto che in un’ora e mezza puoi, ad esempio, andare a sciare sulla Marmolada e poi andare a prendere il sole a Jesolo. Ricordiamoci che siamo tra i siti patrimonio dell’umanità».

A proposito di Unesco: ma è stato più orgoglioso quando è riuscito ad avere le Olimpiadi invernali a Cortina o l’inserimento delle colline del Prosecco, tra Conegliano e Valdobbiadene, tra i siti patrimonio dell’umanità?
«Sono state due cose diverse. Le Olimpiadi sono state una sfida adrenalinica: mi dicevano che ero un millantatore, che non c’era nulla e sono riuscito a portarle a casa. Mi sono anche rotto i legamenti ad un ginocchio dai salti di gioia che ho fatto. Personalmente, essere riuscito a portare le Olimpiadi a Cortina, è una soddisfazione che mi rimarrà per tutta la vita.
Per quanto riguarda l’Unesco, è stato emozionante perché sono riuscito a dimostrare che anche un popolo, anche della povera gente, ha una dignità. Vuol dire avere riconosciuto il sacrificio di una gente eroica: sto parlando dei “veci”, di chi ha studiato nei campi, della gente che ci ha perso la vita… È come avere dato un cavalierato, una onorificenza ad un territorio. È stata una cosa sofferta, andata avanti dieci anni e poi, con le scelte giuste fatte sul dossier, ci siamo riusciti. Ed ora siamo pronti ad avviare quel percorso di visite a queste terre, interrotto a causa dell’emergenza sanitaria».

Cosa consiglia ai giovani che vogliono lavorare nel mondo del turismo?
«Dico a loro che davanti hanno una prateria, quindi di perseguire le loro passioni. E di amare il territorio: c’è chi parla di turismo come se parlasse di bulloni. E ricordiamoci di stupire l’ospite: il turismo vincente non è standardizzabile».

Le spiagge venete hanno fatto squadra con Venice Sands: è la strada giusta?
«È giusto creare un effetto territoriale, proprio come la Costa del Sol, sapendo che ogni singolo territorio mantiene la propria identità: è indispensabile fare squadra. Noi abbiamo, poi, una resilienza naturale. E la certezza che tutto tornerà alla normalità. Ricordiamoci che anche chi va in vacanza ha visto la morte in faccia; c’è più disponibilità per tutto quello che è svago. Ora partirà una importante campagna di promozione, molto aggressiva e comunicativa, con lo slogan di “The land of Venice».

Presidente, alla prima occasione che ci vedremo a Jesolo, uno spritz o un Prosecco come aperitivo?
«In realtà io non sono un bevitore: la quantità che bevo di vino in un mese sarà l’equivalente di una bottiglia. Generalmente bevo acqua naturale, ma non disdegno di assaggiare il Prosecco. Poi in ogni caso, venendo alla domanda, ricordiamoci che uno non può esistere se non c’è l’altro. Basta pensare che sull’etichetta dell’Aperol, dov’è indicata la ricetta dello spritz, non mettono “vino bianco” ma, appunto, Prosecco».

di Fabrizio Cibin

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