L’arte e la forza di essere fragili

Essere disabili costringe ad affinare una specie di super-vista che fa cogliere sfumature così marginali da essere invisibili agli sguardi normodotati. Questo tipo di vista mi ha fatto fare degli incontri speciali che vorrei raccontare.

LA FORZA IN UNA BIMBA DI 8 ANNI
Il primo in ordine di tempo è avvenuto durante il mio periodo riabilitativo subito dopo l’incidente.
Le giornate iniziavano e finivano scandite da tutti i tipi di terapie immaginabili, da un laboratorio all’altro, da una palestra all’altra, in compagnia di terapisti e da un numero vario di altri disabili di diversa natura.
Un giorno in palestra motoria entra una bambina. Apparente età di 8/9 anni, con una mielolesione agli arti inferiori che le impediva movimenti fluidi e coordinati durante la deambulazione. Una bambina taciturna e piuttosto timida. Se ne stava in disparte senza parlare, evitava di incrociare lo sguardo di tutti noi e rispondeva a monosillabi solo ai terapisti che la seguivano. A noi non si avvicinava mai troppo però era chiaro che ci osservava e ascoltava attentamente e quando qualcuno faceva una battuta spiritosa rideva di nascosto. Procedeva lentamente, ma non mollava mai. Faticava molto ma non lo ammetteva. Spesso la vedevamo tremare, ma non era paura. Dopo un po’ capii: era forza. Determinazione. La forza della disperazione, se vogliamo, ma sempre forza. Sembrava fragile, ma era d’acciaio lucente. E intanto che la guardavo, riuscivo a leggerle dentro la voglia di vivere, ridere, muoversi. Non c’era rimpianto, nessuna commiserazione. Solo una semplice, elementare forza di vivere che a guardarla ti si attaccava come il virus dell’influenza!

LA POTENZA DELLA VOLONTÀ
Un altro incontro così l’ho fatto in Austria durante una fiera di ausili ed attrezzature per disabili. In uno stand di attività sportive adattate, un giorno compare un gruppo di ballo formato da persone con disabilità diverse tra cui una ragazza di 19 anni con una tetraplegia incompleta che le impediva i movimenti sia delle braccia che delle gambe. Seduta su una carrozzina elettrica e accompagnata dalla sorella si esibiva su questo palco improvvisato, e con altri 4 compagni ballava una sorta di mambo. Naturalmente non era un vero ballo, perlopiù un percorso ondeggiante con qualche giravolta, eppure la sensazione era quella di armonia e coordinazione ritmica con la musica, che alla fine è la stessa di quando si assiste ad un ballo di ballerini normodotati. Al termine degli applausi gli artisti sono tornati dietro le quinte e passandomi davanti, a lei è caduto il boa di finto struzzo. L’ho raccolto e dandoglielo ci siamo sorrise. Era una bella giovane ragazza con due dolcissimi occhi verdi, con il fiatone e sudata. In un flash ho visto la potenza della sua volontà. La sua non era la forza di gambe e braccia, ma quella di infischiarsene delle proprie debolezze. La forza di passare oltre gli sguardi di commiserazione. La forza di mettercela tutta sapendo che comunque il risultato avrebbe potuto non essere all’altezza delle aspettative, ma di farlo nonostante questo. Non c’era traccia di superbia, nessun orgoglio o presunzione, al contrario: umiltà e semplicità, ma proprio lì sotto era la sua forza con la F maiuscola. Una forza così riusciva a trasformare un mambo zoppicante e scalcinato in un numero degno di Bolle, e peccato se qualcuno guardandola vedeva solo quattro arti storti e una carrozzina elettrica.

LA RIVINCITA DI CHIARA
Qualcosa di simile è capitato quest’estate, quando ho conosciuto Chiara Bordi, la miss Italia con protesi ad una gamba. Nessun atteggiamento da “Sonounamiss” ma neanche da persona che si compiange o, peggio, come è stata poi accusata, di una che gioca sul pietismo per aggiudicarsi qualche voto, anzi. Lei riconosce per prima che la sua immagine è senza dubbio alcuno, penalizzata dalla sua gamba bionica, e sa che questo sicuramente lede quella perfezione dell’immagine che il concorso ricerca e premia, ma proprio perché lo sa, accetta la sfida, convinta che in questo mondo social i veri social sono coloro che l’immagine la vedono in trasparenza. Quelli che hanno la super-vista e vedono oltre la forma. Chiara racconta della paura subito dopo l’incidente. La paura di una bella ragazza di appena 13 anni che fa sport e ama ballare. La paura, guardandosi di non riconoscersi. La paura di non farcela, di non essere accettata, di non essere indipendente. La paura del giudizio della gente. Del voltafaccia delle amicizie confuse, che sono sempre nascoste dietro a sorrisi e parole facili. Ma alla fine proprio quella paura le impone di rivedersi, studiarsi, reinventarsi e trasformarsi: da ragazza giovane e felice in ragazza giovane, felice… e forte! Una forza mite ma risoluta, calma e coraggiosa. Non è facile vivere con la certezza di essere fragili, ma sempre meglio che vivere col dubbio di essere deboli. Al momento del saluto mi abbraccia e io sento quanto è esile. Bella, alta, spiritosa e incredibilmente delicata. Mi meraviglio perché fino a quel momento l’immagine che trasmetteva era di donna invincibile. Avevo dimenticato che invece era una ragazza di diciotto anni appena compiuti con tutte le paure e i dubbi di una ragazza sulla soglia della vita. Ma a me è sembrata imbattibile…nella gara della vita.

Nel cortometraggio L’arte di essere fragili, un vecchio professore confessa ai suoi alunni: «…Si pretende autorità, ma dopo il tempo della forza sopraggiunge quello della fragilità. E non è facile sentirsi improvvisamente fragili. Può rivelarsi un inferno se si è soli. Ma la fragilità ci permette di scoprire la meraviglia. Riconoscerci piccoli ci fa percepire l’infinito. E’ l’ostacolo che ci consente di svelare ciò che sta al di là. La vulnerabilità è l’arma più potente…»
è vero. Tutti questi incontri lo raccontano: la fragilità è un dono e un’arte se capisci che la puoi trasformare. Diventa forza se non la temi. Inganna chi non sa capire che l’uomo che non deve chiedere mai non esiste. Gli uomini tutti d’un pezzo sono reali solo nei western. Chi vuole solo vincere, perde in partenza, inutile incaponirsi. La fragilità costringe al ripiegamento, all’osservazione e all’aggiustamento del tiro; in altre parole al perfezionamento.
Amiamoci come siamo, oltre l’immagine, con tutte le nostre fragilità. Non per giustificarle ma per superarle. Affiniamo la vista che fa percepire oltre le apparenze. Potremmo alla fine innamorarci dell’albero che cresce storto per vincere il vento.
Già tanti anni fa un neonato, senza un vero tetto sulla testa e in fuga da casa propria, ha tentato di dircelo. Era Betlemme, ma avrebbe potuto essere Jesolo, era un Bambino, ma avremmo potuto essere ognuno di noi.
Quest’anno sotto l’albero, se possiamo, regaliamo rispetto della fragilità, nostra e altrui, perché non sappiamo fino a che punto questa può travolgerci e trasformarci, farci precipitare per poi farci rialzare e migliorarci.
Buon Natale a tutti i forti che non sanno di essere fragili e a tutti i fragili che possono diventare forti.

Emanuela Bressan è una donna disabile, orgogliosamente disabile viene da dire conoscendola, perché lei con molta sincerità dice: «La mia vita sulle ruote non è troppo male, anzi».
Se c’è qualche cosa che non le piace è la mancanza di conoscenza da parte delle persone, che finisce per causare grandi difficoltà.
Ironica, intelligente e molto sensibile, Emanuela racconterà a Vivijesolo com’è la sua vita da disabile, tra episodi divertenti e altri scomodi: perché tutto potrebbe diventare un po’ più facile se solo ci fosse un minimo di accortezza da parte di tutti.

Per scrivere a Emanuela Bressan:
soloabili@yahoo.it

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