Annalisa Minetti ci racconta il suo mondo pieno di colori

Impossibile non conoscerla, ed impossibile non stupirci davanti alla sua forza, al suo eclettismo e alla sua ironia. Chi la ricorda come Miss Italia nel 1997, chi vincitrice del Festival di Sanremo nel 1998, chi come atleta paralimpica (è medaglia di bronzo nei 1500 metri alle Paralimpiadi di Londra del 2012, medaglia d’oro alla Maratona di Roma nel 2017, argento ai campionati italiani di paraciclismo nel 2011). A Jesolo abbiamo gioito con lei ai Campionati Italiani Assoluti Paralimpici allo Stadio Picchi; e l’abbiamo applaudita al Galà dello Sport al PalaInvent. Altri la ricordano per le sue partecipazioni a Tale Quale Show nel 2017 e 2018. È anche scrittrice e nel 2012 pubblica il suo primo libro Iride. Veloce come il vento e nel 2017 Io rinasco. Una donna sfolgorante di capacità ed energia. L’abbiamo incontrata e intervistata e possiamo assicurarvi che è anche un fenomeno di simpatia!

Cantautrice, modella, miss, scrittrice, atleta, attrice oltre che moglie e mamma. Forza e fragilità. Come le dosi nella tua vita?
«L’importante è che la fragilità non si trasformi in debolezza. La debolezza è fallimentare perché è sempre rinunciataria, mentre la fragilità è una ricchezza e cammina pari passo con la forza. I miei momenti di fragilità sono quasi sempre legati alla cecità, nonostante sia di indole positiva, allegra e fondamentalmente felice, quando arrivano certi momenti di sconforto cerco di stare sola. Sono i momenti in cui la mia anima si ricorda di non vedere e desidera piangere la sua perdita, una specie di nostalgia per ciò che non c’è più e che manca. Poi la consapevolezza di ciò che possiedo e che posso fare mi fa rialzare e sono di nuovo forte. La fragilità mi ricorda ciò che mi manca, e mi fa rivalutare ciò che sono in grado di fare».

Come percepisci il mondo senza poterlo vedere?
«Sostanzialmente attraverso i suoni e le voci. L’aria cambia quando intorno ci sono dei rumori. Una sorta di vibrazione che si modifi ca. Amo molto che le persone mi parlino, le ascolto perché ascoltandole è come se le vedessi. A volte solo dal timbro della voce, dalle pause e dalle esitazioni, riesco a cogliere più cose che non se le guardassi negli occhi. Riesco a percepire gli stati d’animo, anche quelli nascosti. Non sono distratta dalle immagini, mi concentro sull’essenza ».

Questa è una dote che avevi anche prima di perdere la vista?
«Assolutamente no! Ero una ragazzina di 18 anni, facevo la modella, ero concentrata su me stessa, il divertimento e le nuove esperienze, come tutte le ragazze di quell’età. Fortunatamente avevo una famiglia molto unita, con principi molto saldi. Ho un fratello con un ritardo cognitivo e i miei genitori sono sempre stati per noi figli un esempio di amore e di forza. Ci hanno insegnato a non lasciarci mai andare all’autocommiserazione e al rimpianto, a reagire e a trovare il lato migliore delle cose. Quando in famiglia seppero della mia malattia, nessuno mi commiserò».

Annalisa a questo punto racconta alcuni aneddoti…
«Mia mamma cominciò ad essere insistente nel farmi fare le faccende di casa. Al momento credevo fosse una madre insensibile. Solo molto dopo mi disse: “Era il mio modo per farti mappare casa, ed insegnarti a muoverti con sicurezza. Se ti avessi commiserata ti avrei resa debole, invece dovevo insegnarti ad essere forte. Quando hai delle grosse difficoltà la sola opzione che hai è di reagire ed ottimizzare al massimo le facoltà rimaste”. Da ragazza quando piangendo chiedevo “Perché proprio a me?” mio padre rispondeva: “E perché non a te? Perché dovresti augurare il tuo agli altri? Se non vedi la luce diventa tu stessa luce”. È stato un grande insegnamento che mi accompagna da allora, nella vita e negli allenamenti».

La tua esperienza a Miss Italia?
«Un’esperienza molto interessante. Ricordo che sfilavo con un auricolare come quello che usano i non vedenti per le gare di sci. Il mio coach mi indicava la direzione della passerella, quando girare, quando sorridere, quando c’erano dei gradini, quando fermarmi. Quando sfilavo ho fatto la scalinata di Piazza di Spagna teleguidata! Era un lavoro di squadra e di coordinazione perfetta. E soprattutto un lavoro sulla fiducia!».

Una volta hai detto che non bisogna aver paura della paura. Cosa significa?
«Provare paura è naturale, però bisogna pensare che la paura è l’anticamera del coraggio. La pura indica quali sono i pericoli e i limiti. E’ un indicatore sul quale tararsi per mantenere la rotta, non per fermarsi. La paura indica anche quanto teniamo a qualcosa. Se la prima paura ti blocca vuol dire che a quella cosa in fondo non ci tieni tanto».

Hai mai la sensazione di spaventare per la tua stessa forza?
«A volte più che spaventare penso di risultare antipatica, per la mia caparbietà. Ma questo è il mio modo di raggiungere gli obiettivi. Ognuno di noi ne ha uno, in base ai propri mezzi e le proprie capacità, basta saperlo trovare. Io non vedo, tu non cammini, dobbiamo cercare l’alternativa al vedere e al camminare, ma arriviamo lo stesso dove siamo dirette. Tutti parlano di un mondo senza differenze, invece è la gente stessa che le crea. Quando parliamo di eterosessuali e omosessuali, operiamo già una classificazione, disabili e normodotati, si sottolinea una disuguaglianza. Il fatto che ci sia la necessità di parlarne significa che avvertiamo una separazione. Ma poi chi ha detto che esiste una sola “normalità”?».

Ultima domanda, come vedi il tuo futuro?
«Non lo vedo! (risata)».

Emanuela Bressan è una donna disabile, orgogliosamente disabile viene da dire conoscendola, perché lei con molta sincerità dice: «La mia vita sulle ruote non è troppo male, anzi».
Se c’è qualche cosa che non le piace è la mancanza di conoscenza da parte delle persone, che finisce per causare grandi difficoltà.
Ironica, intelligente e molto sensibile, Emanuela racconterà a Vivijesolo com’è la sua vita da disabile, tra episodi divertenti e altri scomodi: perché tutto potrebbe diventare un po’ più facile se solo ci fosse un minimo di accortezza da parte di tutti.

Per scrivere a Emanuela Bressan:
soloabili@yahoo.it

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