Cattivissima me

Ogni tanto capita che qualcuno incontrandomi mi dica: «…poverina!». Con questo so per certo che l’intenzione è buona, a modo suo vuole esprimermi vicinanza, e di questo lo ringrazio sinceramente. Però mi cresce improvvisa la necessità di dire la mia: «Io non mi sento poverina. Per carità, non mi sento niente di speciale, però neanche poverina».

Esiste la convinzione che tutto ciò che non aderisce ai proposti canoni di bellezza, efficienza e forma, sia in qualche modo anche difettoso. Forse un po’ alieno. In qualche modo pericoloso, destabilizzante. Forse un po’ spaventa, perché non sappiamo rapportarci. Ci sfuggono le regole dell’interazione. Lo cataloghiamo come inconsueto, anomalo, e in questa epoca di conformismo alle immagini, equivale ad un peccato capitale. Perciò tendiamo ad evitare o, peggio, ad ignorare e, quando non ci è possibile sfuggirgli, a commiserare.

Beh, la realtà, come spesso succede, è diversa.

Chi è in carrozzina ha già superato da un pezzo la fase della commiserazione e, per necessità, ha ripreso in mano alla meno peggio le fila della propria vita, con la consapevolezza acquisita che tutto è basilarmente precario.

Le certezze, con le quali rivestiamo il nostro nido, sono solo proiezioni della nostra fragilità. In realtà la condizione di uomini è intrinsecamente precaria.

Siamo tutti un po’ zoppicanti su questo pianeta. Incerti. Procediamo a tentoni, cadendo e rialzandoci, lungo un percorso ad ostacoli, che ha certamente dei piacevoli punti di ristoro, ma che perlopiù ci costringe a marce impegnative e faticose. In questo siamo tutti sullo stesso piano. Nulla ci è dovuto. Tutto va conquistato. Siamo tutti maratoneti sul rush finale.

Allora la parola poverina ci accomuna. Però fa comunque pensare.

Perché giudichiamo qualcuno sulla base della forma esteriore. Perché tendiamo a considerare con più benevolenza chi è formalmente più piacevole. In realtà è una semplice necessità: riequilibra tutto il brutto che ci circonda. E questo è il secondo tranello perché non sempre il bello è anche buono. Identificare il buono con il bello ci frega.

Ecco che allora pensiamo che un ristorante elegante sia anche di ottima qualità, un professionista distinto sia anche un uomo affidabile, un amico sorridente sia anche sincero…

I modelli proposti spesso ci depistano e qualche volta fanno del male. La fatica di conformarci ad essi non ci rende migliori, anzi. Il lavoro più difficile è distinguere, separare il bello dal buono e poi avere il coraggio di scegliere. Affinare la nostra capacità di osservazione per vedere cosa c’è realmente dietro, agire per scelta autonoma e non per consuetudine o convenienza.

Non basta non fare niente di stupido, bisogna scegliere di fare qualcosa di intelligente.

Perciò non crediate che i disabili siano tutti brutti ma buoni. Io per esempio, sono brutta e anche cattivissima!

Emanuela Bressan è una donna disabile, orgogliosamente disabile viene da dire conoscendola, perché lei con molta sincerità dice: «La mia vita sulle ruote non è troppo male, anzi».
Se c’è qualche cosa che non le piace è la mancanza di conoscenza da parte delle persone, che finisce per causare grandi difficoltà.
Ironica, intelligente e molto sensibile, Emanuela racconterà a Vivijesolo com’è la sua vita da disabile, tra episodi divertenti e altri scomodi: perché tutto potrebbe diventare un po’ più facile se solo ci fosse un minimo di accortezza da parte di tutti.

Per scrivere a Emanuela Bressan:
soloabili@yahoo.it

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