Colori “Graffianti”

Nel 2005, in una sola notte, un’infezione del midollo osseo di origine sconosciuta, ha trasformato Andrea Casillo, 25 anni, da giovane pizzaiolo con la passione per i graffiti, ad Andrea Casillo, 25 anni, ragazzo in carrozzina con la passione per i graffiti. Cos’è cambiato? Tutto, tranne la passione. E da questa passione Andrea ha ricominciato. E’ diventato un writer professionista: tiene corsi per ragazzi e realizza opere su commissione per amministrazioni locali, scuole, ospedali, eventi. Nome d’arte “Casy 23”, dal numero del suo idolo: Michael Jordan. Tra le sue ultime opere un corridoio del Covid-Hospital allestito alla fiera di Bergamo.

Poi una collettiva in Norvegia, due opere per il museo d’arte urbana di Torino. Ha disegnato dal vivo per la Crewest gallery di Los Angeles e, al Motorshow di Bologna, ha dipinto in diretta le auto della Fiat. Ha creato i murales all’interno del carcere di Bergamo con i personaggi del film Up e, nel 2015, il muro dell’oratorio della Basilica di San Lorenzo alle Colonne di Milano. Oltre ad essere un artista, Andrea è anche giocatore professionista di tennis in carrozzina. E scrittore: nel 2011 ha raccolto le sue esperienze di arte e di vita in un libro Kasy, mj e i graffiti.

Com’è nata la tua passione per i graffiti?

«Già a 16 anni ero affascinato dai muri dipinti che vedevo per strada. La curiosità è stata così grande, che ho iniziato a documentarmi su questo nuovo fenomeno e, pian piano ci sono entrato da appassionato».

Cosa significa per te dipingere e perché proprio street-art?

«Significa molto. Nella “seconda parte” della mia esistenza le bombolette sono state la medicina più efficace. Mi hanno permesso di riprendere in mano la vita, mi hanno dato stimoli e motivazioni. Sono state il nuovo linguaggio attraverso il quale trovare la mia espressione. Mi piace trasformare muri grigi e anonimi  in esplosioni di colore. Non importano i soggetti quanto i colori, la loro energia e positività. Dipingere non è stata una scelta quanto una necessità, un richiamo fortissimo e irrinunciabile. I graffiti sui muri si fondono con i paesaggi che li circondano e diventano parte di essi. Delle finestre di pura fantasia inserite nella realtà piatta e uniforme. Ci fanno capire che c’è un mondo oltre a ciò che percepiscono i nostri occhi».

Quali delle tue opere ti hanno dato più soddisfazione?

«In assoluto quella che mi ha dato il maggiore carico emozionale, è quella che ho fatto presso l’ospedale di Bergamo è stata in assoluto, quella con un carico emozionale maggiore. Sono stato orgoglioso di aver potuto  fare questo omaggio a Bergamo, al personale medico ed ospedaliero e a tutti i volontari che hanno affrontato l’epicentro italiano dell’emergenza Covid-19.

Dipingere in notturna ha qualcosa di magico. Una notte ho avuto anche l’accompagnamento di voce e  pianoforte di un volontario della protezione civile del Veneto. I locali erano vasti e al momento vuoti, perciò la musica e il canto risuonavano in modo strano, sembrava di vivere un momento mistico, incantato.  A detta del volontario, quelle musiche erano le richieste “dall’alto” delle anime delle persone defunte in quel luogo di sofferenza. A pensarci ora mi vengono ancora i brividi».

La street-art è spesso osteggiata. La tua opinione?

«Ormai l’arte urbana è entrata a far parte attiva delle nostre città. Si comincia a distinguere l’arte dal vandalismo. Quindi direi che più che osteggiare la “Street-Art” è disprezzato il vandalismo. Da quando ho iniziato a 16 anni ad oggi, ci sono stati enormi cambiamenti. All’inizio era quasi impossibile ottenere le autorizzazioni per dipingere: oggi sono le amministrazioni a chiederci di decorare i muri».

Quali sono le difficoltà per un writer in carrozzina?

«Soprattutto logistiche. A seconda della posizione del muro e dell’altezza da raggiungere. Spesso mi aiuto con dei ponteggi. A volte, se le superfici sono estese e particolarmente alte, dei collaboratori preparano la parte superiore e io mi dedico a quella inferiore. Quando dipingo entro in una sorta di trans creativo. Non mi accorgo del tempo che passa e solo a fine giornata mi rendo conto dello sforzo che mi è costato dai dolori alla schiena. Ma sono felice perché creo e perché lo faccio nonostante la carrozzina».

Raccontaci dell’esperienza artistica americana?

«Era il 2008, uno dei viaggi più belli mai fatti nonché il primo viaggio importante da “carrozzato”. In 40 giorni ho unito arte, sport e divertimento perché la prima destinazione è stata la Florida per giocare due tornei di tennis. Terminati i tornei ho noleggiato un’auto con comandi al volante (in America si possono noleggiare facilmente) e ho viaggiato per 10 giorni. Gli ultimi giorni ho raggiunto Los Angeles dove, con altri writer, abbiamo dipinto ad Hollywood e a Venice Beach.

Essere lì a dipingere è stata un figata pazzesca, si può dire? E’ stato quasi irreale. Essere in America, dov’è nata la graffitiart, e fare la cosa a cui tenevo di più, dopo quello che mi era successo….unbelievable!».

Il più bel complimento ricevuto?

«Me l’ha fatto una signora, dopo che avevo decorato gli esterni e la sala d’aspetto della stazione ferroviaria di Chiuduno con le immagini del film The Lego Movie: “Sono una pendolare – mi ha detto – e tutti i giorni, quando arrivavo qui per prendere il treno che mi porta a Bergamo, avevo paura. Ora mi sento sicura».

Cosa vedi nel tuo futuro?

«Mia figlia. Mi vedo come un papà premuroso che spera di fare appassionare all’arte e allo sport anche mia figlia. Ma il mio impegno principale è cercare di farla crescere più serena possibile».

Grazie Andrea, la tua visione del mondo, dinamica e colorata, e il tuo esempio, ci fanno credere che alla fine tutto andrà sempre per il meglio!

Emanuela Bressan

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è una donna disabile, orgogliosamente disabile viene da dire conoscendola, perché lei con molta sincerità dice: «La mia vita sulle ruote non è troppo male, anzi». Se c’è qualche cosa che non le piace è la mancanza di conoscenza da parte delle persone, che finisce per causare grandi difficoltà. Ironica, intelligente e molto sensibile, Emanuela racconterà a Vivijesolo com’è la sua vita da disabile, tra episodi divertenti e altri scomodi: perché tutto potrebbe diventare un po’ più facile se solo ci fosse un minimo di accortezza da parte di tutti. Per scrivere a Emanuela Bressan: soloabili@yahoo.it

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