Correndo sull’acqua con una gamba sola

Imparare ad amarsi per ciò che si è, amare la nostra unicità, non adattarsi ai modelli imposti, può trasformare ciò che crediamo essere i nostri limiti in punti di forza. È quanto ha fatto Chantal Pistelli McClelland. Mamma americana, papà italiano, 26 anni, Chantal è nata con una aplasia al piede destro che la costringe a portare una protesi per tutta la vita. Ha voluto fortemente riscattare la propria posizione di “emarginata” dimostrando, prima di tutto a sè stessa, di non arrendersi né allo stereotipo di bellezza imposto, né al concetto limitativo di disabile. Spinta da questa determinazione è entrata a far parte (unica donna) della nazionale italiana di adaptive surf, alternando gare ed allenamenti alla sua professione di modella. Anzi, proprio a sottolineare la sua convinzione che la vera bellezza risiede nell’unicità di ognuno di noi, ha fatto rivestire d’oro la sua protesi, come i capolavori di Klimt. Da tempo Chantal è anche impegnata con la sua “Unique” Aps (associazione promozione sociale) che mira a promuovere l’espressione d’arte in ogni sua forma: teatro, musica, scrittura, pittura, arte digitale, laboratori e molto altro, per dar libero sfogo alla creatività dei minori con disabilità ed aiutarli a scoprire le proprie unicità.

Ciao Chantal, vuoi presentarti?
«Ciao! Mi chiamo Chantal, vivo a Pisa sono una modella e atleta di adaptive surf».

Cos’è l’adaptive surf e come hai iniziato a praticarlo?
«L’adaptive surf è una disciplina sportiva che permette anche alle persone con disabilità di praticare il surf. Esistono diverse categorie. La stand, la mia categoria, è rivolta a persone con protesi o qualche tipo di disabilità agli arti inferiori o superiori; prone, per persone che non hanno la possibilità di surfare in piedi; kneel, per surfare in ginocchio; e la categoria vision impairment per persone ipovedenti o non vedenti. Mi sono avvicinata a questo sport per gioco e perché mi piace provare cose nuove. La primissima volta è stato durante il Wind Festival a Diano Marina. Ero lì con l’associazione “Corri sull’acqua adaptive windsurf ” per partecipare alla prima regata al mondo di windsurf per persone disabili. Al Festival ebbi il piacere di conoscere un bravissimo adaptive surfer, Fabrizio Passetti, e colsi l’occasione per chiedergli di insegnarmi le basi. Molto gentilmente accettò e quella fu la mia prima volta su una tavola da surf. Mi piacque talmente tanto che, una volta tornata a Pisa, andai a Tirrenia all’associazione “Surf4All”. Fu l’inizio di un bellissimo percorso che mi ha portata poi nel 2018 ad entrare a far parte della Nazionale Italiana di Adaptive Surf. Nel 2019 ho vissuto l’emozione di indossare i colori italiani per il primo Europeo di Adaptive Surf in Portogallo e di essere la prima donna in Italia a farlo. A causa del Covid i mondiali di San Diego sono stati annullati, le prossime gare saranno gli Europei previsti per il prossimo anno».

Cosa provi quando surfi?
«Faccio fatica a considerarlo uno sport, se non fosse per gli allenamenti. Mi sento più di definirlo uno stile di vita. Amo il contatto con la natura, con l’oceano, la compagnia di amici e compagni di squadra. Sono dei veri campioni di vita, mi hanno insegnato tanto e adoro passare il tempo con loro. Condividiamo la passione per il mare e la sensazione di libertà surfando le onde. Mi piace considerare questo sport una sorta di metafora della vita, dal warm up in spiaggia al momento in cui ti trovi sulla tavola remando, sfidando le correnti per raggiungere la line up in attesa della tua onda. Sei solo tu e la tua tavola a guardare l’orizzonte, e quando lo vedi arrivare ti prepari, inizi a remare e in un attimo ti ritrovi ad essere in simbiosi con l’oceano, in una sensazione di libertà che difficilmente potrei paragonare con altro. Un po’ come la vita: ti prepari, studi per raggiungere il tuo obiettivo e questo comporta fatica, sacrificio, impegno e passione. Durante la strada è importante godersi ogni attimo e saper scegliere il proprio. Sei da solo e spetta a te, si potrebbe cadere, potrebbe non andare come ci si aspettava. Anche così non bisogna perdersi d’animo, ma essere pronti a risalire sulla tavola e ricominciare determinati e consapevoli che le onde continueranno ad arrivare e tra queste ci sarà anche la tua».

Come hai iniziato la tua carriera di modella e come vivi la passerella con la tua protesi?
«Durante il periodo di studi a Milano iniziai a fare qualche servizio fotografi co, ma non avrei mai pensato che potesse diventare un mestiere. Mi piace la moda, nasco image consultant e fashion stylist, ma l’idea di passare davanti alla macchina fotografi ca non mi aveva sfiorata prima. Effettivamente non lo ritenevo possibile anche a causa della mia disabilità. Lo stereotipo collettivo prevede un’ideale di bellezza ben diverso, proclama una perfezione inesistente e per questo motivo negli ultimi anni ho deciso di voler lanciare un messaggio che consideri le proprie caratteristiche un valore aggiunto, un qualcosa di cui non vergognarsi».

Ci parli di “Unique” e del tuo concetto di bellezza e perfezione?
«Ho voluto aprire un’associazione spinta proprio dal desiderio di voler abbattere stereotipi, pregiudizi e sensibilizzare sul tema della disabilità. Siamo tutti unici e uniche con le nostre caratteristiche e peculiarità e voglio dare omaggio a tutte quelle persone che vivono la loro vita al 100% con vera passione: questa è l’unicità, il modo in cui affrontiamo e viviamo le nostre vite nonostante tutto. Vuole, inoltre, essere un invito per tutte quelle persone che non si sentono adeguate, che vivono le loro caratteristiche come fossero un peso, a mettersi in gioco, e aiutarle a capire che sono meravigliose e non esiste motivo alcuno per non vivere una vita degna di essere vissuta. L’associazione si chiama “Unique APS” (associazione promozione sociale), e abbiamo deciso di comunicare attraverso le arti visive. Crediamo che l’arte possa contribuire a far osservare le cose da diversi punti di vista e possa contribuire a far aprire le menti. Siamo tutti diversi e per questo tutti uguali, non esiste perfezione se non la realizzazione personale del vivere una vita piena, liberi dal pregiudizio e dagli stereotipi che fanno sentire purtroppo in difetto molte persone. “Nessuno è come te, questo è il tuo potere”: questo il motto dell’associazione Unique APS».

La Chantal ragazzina e la Chantal di oggi, sono la stessa persona?
«Sì. Non credo che nella maggioranza dei casi possa avvenire un cambiamento radicale tale da scindere le due parti. Determinate situazione vissute permangono come c i c a – trici e, più in generale, il nostro passato ha sicuramente infl uito sulle persone che siamo oggi, in positivo e in negativo. Qualche anno fa feci una promessa a “Chantal bambina”. Mi ricordo di lei come una bimba serena, timida, che viveva i continui viaggi in ortopedia, le piaghe al moncone e le medicazioni senza lamentarsi. Ricordo i viaggi con mia mamma, partivamo all’alba, metteva un cuscino in macchina per farmi dormire durante il viaggio, all’arrivo mi toglieva il pigiama, mi cambiava e entravamo in ortopedia, passavamo giornate interminabili lì dentro e mai una volta mi sono lamentata».

Cosa faceva mamma?
«Mamma mi faceva sempre ridere, si inventava dei giochi da farmi fare per passare il tempo o distrarmi dal dolore e in quegli anni non ho mai desiderato essere qualcun’altra, ero felice di avere mia madre vicino e mia sorella con la quale giocare, come una bimba come tante altre. La promessa che mi feci è di conservare questo lato di me, non lamentarmi e circondarmi di persone positive, dove qualora non fossi stata capace di vedere in un momento un lato positivo, lo avrebbero fatto loro per me, regalandomi un sorriso».

Emanuela Bressan è una donna disabile, orgogliosamente disabile viene da dire conoscendola, perché lei con molta sincerità dice: «La mia vita sulle ruote non è troppo male, anzi».
Se c’è qualche cosa che non le piace è la mancanza di conoscenza da parte delle persone, che finisce per causare grandi difficoltà.
Ironica, intelligente e molto sensibile, Emanuela racconterà a Vivijesolo com’è la sua vita da disabile, tra episodi divertenti e altri scomodi: perché tutto potrebbe diventare un po’ più facile se solo ci fosse un minimo di accortezza da parte di tutti.

Per scrivere a Emanuela Bressan:
soloabili@yahoo.it

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