Disabili a tempo determinato

Le prime volte che uscivo in carrozzina, cercando di prendere confidenza con quel mezzo un po’ odiato e un po’ necessario, tentando di barcamenarmi tra buche, marciapiedi sconnessi, pendenze da Nanga Parbat, gradini e tutte quelle meraviglie che vede solo chi le deve affrontare, ricordo che succedeva spesso di incrociare persone che mi guardavano con un misto di tenerezza e compatimento. Io che, confesso, sono fisionomista come uno specchio di cartone, pensavo fossero persone che conoscevo e delle quali non ricordavo. Così, per compensare, salutavo ricambiando col sorriso più amichevole che avevo. A quel punto quasi sempre succedeva che la persona in questione mi dicesse: “Che brava”! Giuro, proprio “Che brava!” Non riuscivo a capire in cosa fossi brava. In realtà non stavo facendo proprio niente, anzi quello che stavo facendo lo facevo pure male. Tentavo malamente di salire sul marciapiede o mi lussavo una spalla cercando di aprire un portone. Alla mia espressione sconcertata, la persona in questione, con aria indulgente e misteriosa concludeva: “Brava. Sei un esempio!” Come no! Bell’esempio, pensavo, malmessa, maldestra e anche un po’ affetta da Alzheimer… Non so perché ma è diffusa la strana idea che i disabili in genere, meglio se gravi, siano rivestiti da un alone di santità. Sembra che essere disabile automaticamente rilasci l’attestato di bontà e rettitudine. Col premio “Sfiga dell’anno” abbiamo vinto anche un bonus per il Paradiso. Così qualcuno ci guarda con un misto di ammirazione e stima, salvo poi dimenticarsi subito dopo di non occupare il parcheggio dedicato, o non ricordarsi di fare un bagno per disabili nei locali pubblici o pensare che basti una passerella perché un disabile possa godersi una giornata al mare come gli altri… Siamo molto lontani dalla realtà. Purtroppo. Faremmo volentieri un cambio: meno approvazione incondizionata e più reale considerazione. Ci siamo, respiriamo, viviamo, facciamo la spesa, andiamo al mare, dal meccanico, al bar, ci compriamo vestiti e andiamo a tagliarci i capelli… Incredibile, vero? E siamo anche egoisti, pigri, smemorati, in lotta con la bilancia, ambiziosi e piantagrane… come tutti.

Durante questo lockdown siete stati anche voi un po’ disabili. Le vostre libertà sono state pesantemente limitate. La vostra vita è stata ridimensionata, regolamentata, le vostre attività si sono fermate, le certezze quotidiane sono diventate lontani obiettivi da riguadagnare. Siete stati costretti a riconsiderare priorità e privilegi. Forse fermarvi non è stato neanche completamente una punizione, se è servito a riscoprire i vantaggi della lentezza e i benefici della riflessione. Ogni tanto serve ritarare le proprie bussole. Però il lockdown è finito e siete tutti ritornati più o meno ai vostri impegni. Di nuovo di corsa, di nuovo preoccupati di recuperare, di nuovo in lotta per la vittoria. Non fraintendetemi: è un bene, però fermatevi a pensare solo un secondo che la vostra disabilità è terminata, per noi, invece, non è cambiato niente e non ci è permesso lamentarci. Perciò non considerateci santi, puri e virtuosi, prima di girarvi dall’altra parte. Piuttosto ricordate quanto è stato difficile vivere a metà, a marcia ridotta, inabili e, adesso che siamo quasi “colleghi”, abbiate per noi una considerazione in più. Magari serve a tutti e due: a noi per vivere più decentemente ed a voi per guadagnare un bonus per il Paradiso!

Emanuela Bressan è una donna disabile, orgogliosamente disabile viene da dire conoscendola, perché lei con molta sincerità dice: «La mia vita sulle ruote non è troppo male, anzi».
Se c’è qualche cosa che non le piace è la mancanza di conoscenza da parte delle persone, che finisce per causare grandi difficoltà.
Ironica, intelligente e molto sensibile, Emanuela racconterà a Vivijesolo com’è la sua vita da disabile, tra episodi divertenti e altri scomodi: perché tutto potrebbe diventare un po’ più facile se solo ci fosse un minimo di accortezza da parte di tutti.

Per scrivere a Emanuela Bressan:
soloabili@yahoo.it

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