Hockey in carrozzina: obiettivo Jesolo

Campioni d’Italia per tre anni consecutivi, 2017, 2018, 2019 ma con la grinta e la consapevolezza che gli obiettivi da raggiungere non sono finiti, anzi, le vittorie danno la carica per nuove vittorie e magari, chi lo sa, anche un futuro alle Paralimpiadi. Stiamo parlando dei Black Lions Venezia, una squadra di hockey in carrozzina che sta scalando la vetta anche a livello europeo e che sarà presente a Jesolo al Villaggio Marzotto, dal 18 al 22 settembre. A maggio sono stati ricevuti dal premier (ormai ex) Conte e anche a lui hanno presentato il “Progetto 3S” che vuole fare dell’hockey un momento vincente a tre livelli: sport, sanità e sociale. Ce lo spiega Sauro Corò, fondatore, allenatore e giocatore della squadra.

Campioni d’Italia per la terza volta. Orgoglio e preoccupazioni
«Essere campioni per il terzo anno consecutivo è un motivo di orgoglio ma, soprattutto, il frutto di tanto impegno e duro lavoro. La preoccupazione più grande è di non riuscire più a reperire i fondi necessari all’attività della squadra. Significherebbe abbandonare un’attività che porta molto, in termini sportivi ma ancora di più in termini umani, di crescita e miglioramento di vita di tanti ragazzi peri quali lo sport è una fondamentale occasione di crescita e riscatto. E anche per questo vorrei ringraziare pubblicamente il nostro main sponsor Maurizio Lorenzon Butyrose, Tornado e tutti quelli che ci sostengono perché è anche merito loro se siamo arrivati a questi risultati».

Quali sono i prossimi piani della società?
«Vorremmo fondare una nuova squadra proprio a Jesolo, perché la nostra mission è riuscire a far praticare sport a più persone possibili. Noi per primi sappiamo quanto importante è l’attività sportiva sia a livello fisico e soprattutto mentale. E la nostra proposta ha trovato l’amministrazione di Jesolo molto attenta e partecipe. Jesolo sembra una città sensibile ai temi dell’inclusione sociale e questo ci da fiducia. Speriamo vorrà sostenerci in questo progetto».
è difficile reclutare atleti motivati per questa disciplina?
«Non è facile, soprattutto perché non è ben conosciuta. Si crede possa essere praticata solo da persone con distrofia muscolare o con malattie degenerative. Invece è aperta a tutte le disabilità, in più non c’è limite di età e possono giocare uomini e donne insieme. Proprio questo la rende una disciplina unica. Per esempio il nostro portiere Simone Ranzato ha 15 anni e fa già parte della Nazionale, Ilaria di Ruzza ne ha 22 e gioca insieme agli uomini. Durante uno dei nostri incontri con gli studenti per parlare di disabilità abbiamo conosciuto Gabriele che ha 10 anni e anche lui è entrato a far parte della nostra squadra».

Quali sono le maggiori difficoltà che incontrate dentro e fuori dai palazzetti dello sport?
«La difficoltà maggiore è l’accessibilità di certi palazzetti sportivi. Noi giriamo tutta l’Italia e alle volte troviamo ancora strutture senza bagni attrezzati o con barriere architettoniche: nel 2019 questo è inconcepibile. E, in generale, l’esistenza di ostacoli a tutti i livelli è una colpa che non si può più perdonare».

Quali le squadre antagoniste più temibili?
«Quest’anno il campionato sarà ancora più impegnativo perché alcune squadre si sono rafforzate, con nuovi giocatori più preparati. Da tener d’occhio ci sarà sicuramente Udine, Roma e Viadana, che potrete vedere al torneo di settembre al Marzotto, ma anche Monza che abbiamo battuto in finale quest’anno».

Come si posiziona l’Italia a livello sportivo rispetto alle altre squadre europee?
«Come Italia a fine settembre dell’anno scorso per la prima volta abbiamo vinto il Campionato del Mondo e il prossimo anno saremo impegnati nell’europeo che si svolgerà in Finlandia, di cui siamo vice Campioni. Quindi al momento siamo noi la Nazionale da battere. Nei Black Lions attualmente ci sono 5 giocatori che sono del giro della Nazionale, Patrick Granzotto, Ilaria Di Ruzza, Ion Egnea, Simone Ranzato, Alessandro Franzò e io che faccio parte dello staff. Io e Ion siamo campioni del mondo».

Come procede l’inserimento del Wheelchair Hockey alle Paraolimpiadi?
«Dalle Paraolimpiadi, purtroppo, siamo ancora lontani perché sono richiesti dei parametri e delle direttive da seguire molto rigide, ma la nostra federazione, la FIWH, ci sta lavorando».

Cosa ami di più in questo sport?
«La competizione che si crea in campo tra persone con disabilità anche importanti ma che dopo due minuti di gioco ti fanno scordare la propria condizione e allora vedi solo lo sport praticato a livello agonistico. Per questo invito tutti al Marzotto dal 18 al 22 settembre a vedere una partita, sono sicuro che vi innamorerete anche voi del weelchair hockey!».

Qual è il suo potenziale umano?
«Enorme! Perché come dico sempre ai ragazzi: la squadra è come una famiglia, un legame forte che aiuta a raggiungere gli obbiettivi anche nella vita».

Esiste una tifoseria e che importanza riveste?
«Tutte le squadre hanno una tifoseria e la nostra è particolarmente rumorosa e la considero importantissima è il nostro sesto uomo. In campo e tutte le squadre d’Italia hanno i propri cori personalizzati».

Quali sono le principali difficoltà tecniche che un atleta disabile deve affrontare per rapportarsi con questo sport?
«Per approcciarsi a questo sport, purtroppo, lo scoglio maggiore è il costo della carrozzina elettrica che all’incirca costa 15mila euro e purtroppo è tutta a carico dell’atleta, perché a meno che tu non sia un infortunato Inail, non viene passato nessun ausilio ad uso sportivo. Quindi, tante volte avremmo ragazzi interessati ma davanti una spesa del genere neanche iniziano».

Nella tua duplice funzione di allenatore e giocatore della squadra hai potuto sperimentare numerose esperienze di vita: quali sono stati i fatti e i personaggi che ti hanno maggiormente colpito?
«L’emozione più grande da allenatore e giocatore è stata sicuramente la vittoria del primo scudetto, anche perché vedere la gioia negli occhi dei miei ragazzi non ha avuto prezzo. Però, non dimentico nemmeno le sconfitte arrivate i primi anni dalla nascita della squadra nel 2011, anzi quelle mi hanno fanno crescere come persona e come atleta».

Emanuela Bressan è una donna disabile, orgogliosamente disabile viene da dire conoscendola, perché lei con molta sincerità dice: «La mia vita sulle ruote non è troppo male, anzi».
Se c’è qualche cosa che non le piace è la mancanza di conoscenza da parte delle persone, che finisce per causare grandi difficoltà.
Ironica, intelligente e molto sensibile, Emanuela racconterà a Vivijesolo com’è la sua vita da disabile, tra episodi divertenti e altri scomodi: perché tutto potrebbe diventare un po’ più facile se solo ci fosse un minimo di accortezza da parte di tutti.

Per scrivere a Emanuela Bressan:
soloabili@yahoo.it

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