Il colore vince il dolore

Impossibile non parlare di Luca Moretto. Perché? Perché è un artista geniale e poliedrico, uno sperimentatore, esplosivo ed innovativo e soprattutto è uno jesolano doc.
Nel 1999 un incidente in moto, nel quale riporta delle ferite ad una gamba, per una serie di errori medici, diventa in realtà motivo di amputazione e da allora Luca deve convivere con una grave forma di sindrome da arto fantasma. Questo significa forti dolori persistenti, crampi e fitte continue all’arto amputato. A poco servono i farmaci. A molto, invece, servirà la sua arte magica.
Dopo l’incidente, per cercare distrazione dal dolore, riprende in mano i pennelli (dipingere era già parte di lui fin dall’infanzia) e, nella continua ricerca di forme d’arte che esprimessero al meglio l’esplosione di colori che vedeva dentro di sé, sperimenta nuove tecniche tra cui l’uso del silicone colorato. Da allora le sue opere hanno girato il mondo, Milano, Montecarlo, Russia, Cina, Beirut. Nel 2010 espone alla Biennale di Venezia la sua opera forse più famosa, “Vespa Venice”, ora custodita al museo Piaggio e considerata una delle cinque versioni uniche più belle del celebre scooter italiano. La sua creatività passa al design intervenendo su oggetti cult come la Marilyn Murrina Pop©, gigantesca lampada in cartone di Staygreen Venezia. O la rielaborazione dell’auto giocattolo Bugatti trasformata in Bugatti B35 Color Drops©. Numerose le sue partecipazioni ai Fuorisalone come nel 2015 al Brera Design District dove espone gli Eco Arredi di Staygreen. Moretto realizza anche loghi famosi tra i quali quello per “32 Via Dei Birrai” con il quale partecipa nel 2018 al “Mecenati del XXI secolo Corporate Art Awards”. Abbiamo incontrato Luca ed abbiamo parlato con lui della sua vita nutrita d’arte.

Luca, cosa trai dalla tua arte?
«Ho sempre vissuto la mia arte come espressione dell’energia che ho dentro, non del dolore, né della disperazione o dell’infelicità. I miei colori sono la parte forte e travolgente che vive dentro di me, e questa è più forte dell’angoscia e del dolore che provo quotidianamente. La forza dell’espressione colorica è una via di fuga, una sorta di “porta magica” attraverso la quale si entra in un immaginario astratto e gioioso, forte e dinamico che celebra la vita e annienta il male».

Come coniughi arte e disabilità?
«Penso che tendiamo a vedere la disabilità come una menomazione fisica che necessita obbligatoriamente di un riscatto prevalentemente fi sico-sportivo. Io vorrei, invece, dimostrare che esistono altri modi per affrancarsi dal concetto di “non-abilismo”, l’arte è uno di questi. Nel mondo dell’arte non hai sconti o favori nell’essere disabile, sei uguale a tutti e sei giudicato solo ed esclusivamente per ciò che crei, per ciò che trasmetti. Questo mi fa amare ancora di più ciò che faccio. Mi riporta a prima dell’incidente. Rivivo la stessa forza ed energia che respiravo prima. Vorrei dire a tutti quelli che subiscono una disabilità, che non devono vivere le proprie menomazioni solo in rapporto alle proprie capacità fisiche perdute. Esistono capacità ed abilità che non subiscono limitazioni. Non si deve per forza essere solo campioni sportivi per dimostrare di esistere e di poter dare qualcosa al mondo».

Nel dolore la tua forza?
«Non considero l’amputazione la mia vera disabilità, quanto piuttosto il dolore permanente che sono costretto a vivere. Non mi manca la gamba, mi manca l’assenza del dolore. Da anni vivo dominato dal dolore fisico, ne sono condizionato e limitato in quasi tutto ciò che faccio. Durante la creazione delle mie opere riesco in parte a staccare la mente dalla sofferenza e a trovare nella forza dei colori l’energia di cui ho bisogno. Ed è un’energia contagiosa, che si trasmette anche a chi guarda le mie opere. Per questo non vedo la mia disabilità come un limite. Non sarei stato un artista se avessi vissuto la mia vita di prima dell’incidente. Normalmente uno lavora, guadagna, si crea una famiglia, arrivano le responsabilità e si creano dei vincoli che, per quanto belli e voluti, tolgono spazio ad aspirazioni segrete. L’incidente ha, invece, stravolto le mie priorità. La necessità di rivedere tutti i miei paletti ha riaperto la strada alla mia vena artistica che fino ad allora avevo tenuto nel cassetto. Ho potuto dedicarmi ad essa con l’impegno e la dedizione che l’arte richiede e ho ora i risultati sperati. I riconoscimenti che ricevo mi confermano che sto lavorando nel giusto senso e che la mia arte ha molto da dire e da dare».

Il tuo messaggio?
«Quando la vita sembra voltarti le spalle e condannarti all’infelicità, forse ti sta invece mettendo di fronte alla possibilità di cambiare in meglio, di rivalutare le cose, e di rivedere i veri valori della tua esistenza, e se sai trarre il meglio dal peggio, vinci la gara con il Destino. Il mio motto è: “L’ottimismo può fondare le sue radici anche nel dolore». Alcune delle opere di Moretto si possono ammirare in mostre permanenti a Jesolo presso: hotel Gambrinus, hotel Iris, ristorante Merville, ristorante Tortuga, ristorante Da Guido, enoteca I Barbabolle, gelateria Marina.

Emanuela Bressan è una donna disabile, orgogliosamente disabile viene da dire conoscendola, perché lei con molta sincerità dice: «La mia vita sulle ruote non è troppo male, anzi».
Se c’è qualche cosa che non le piace è la mancanza di conoscenza da parte delle persone, che finisce per causare grandi difficoltà.
Ironica, intelligente e molto sensibile, Emanuela racconterà a Vivijesolo com’è la sua vita da disabile, tra episodi divertenti e altri scomodi: perché tutto potrebbe diventare un po’ più facile se solo ci fosse un minimo di accortezza da parte di tutti.

Per scrivere a Emanuela Bressan:
soloabili@yahoo.it

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