La Nazionale di volley femminile sorde, è campione d’Europa!

Una medaglia d’oro, una bella pallavolo, una gioia immensa per tutti coloro che credono che lo sport sia il miglior viatico per l’inclusione reale. Le ragazze della Nazionale di pallavolo femminile sorde di coach Alessandra Campedelli hanno giocato un Europeo, a Cagliari, praticamente perfetto, perdendo soltanto un set contro la Polonia nella gara iniziale e poi vincendo sempre 3-0, compreso il match finale contro la temibile Russia: “Ho chiesto alle ragazze due cose: prestare attenzione fino all’ultimo punto e di avere coraggio – commenta Campedelli – e sono state bravissime a lavorare in campo e a giocare fino alla fine. È stato un 3-0 tondo non perché fosse una partita facile, ma perché siamo state bravissime noi. Abbiamo neutralizzato un avversario incredibile con caratteristiche fisiche importanti e con un’esperienza nel giocare le finali molto maggiore della nostra. Brave!”.
Senza dimenticare l’aspetto agonistico sportivo, questa Nazionale ha un obiettivo trasversale: quello di sensibilizzare le persone sulla disabilità invisibile della sordità e sull’impatto che questa può avere nella vita di una persona.

La vostra allenatrice ha detto “è stato l’essere un vero team a fare la differenza”. Cosa significa questo per voi?
«L’essere stato un vero team per me ha significato riuscire a trovare la complicità nel nostro gruppo. La fiducia reciproca, la pazienza e la consapevolezza che solo insieme ce la si può fare! Mentre ero in campo bastava una sguardo per incoraggiarci dopo un errore e un sorriso per incitarci dopo la conquista di un punto e di un set. La vera conquista per me, oltre all’oro, è stata la capacità di trovare questa alchimia tra tutte noi 14 ragazze». (Silvia Bennardo)

L’avversario più temibile?
«A livello europeo penso che le squadre più temibili siano l’Ucraina e la Russia, mentre a livello mondiale l’America e il Giappone. Ma voglio aggiungere: ora la squadra più temibile è la mia!». (Claudia Gennaro)

Spirito di competizione e spirito di squadra: come conciliare due sensazioni spesso in antitesi per uno sportivo?
«Essere un team prevede un connubio perfetto tra spirito di competizione e spirito di squadra: non si può essere una brava giocatrice di Nazionale se non si mette da parte l’egoismo. La competizione deve servire unicamente per migliorare il gruppo, per migliorare le performance di squadra. Se una compagna migliora la squadra è migliorata, si deve sentire la competizione nel momento in cui ci si allena perché è un continuo incentivo a fare meglio e alzare l’attenzione della squadra!».(Alice Calcagni)

Vivere l’emozione di una grande vittoria è il traguardo meritato per una vita di impegno. Essere sportivi e disabili fa la differenza?
«Un traguardo sportivo è uno dei tanti traguardi che si raggiungono, essere disabili non comporta il non raggiungimento di traguardi, anzi! È una sfida continua contro chi non crede in te in quanto disabile e ogni obiettivo raggiunto è uno scalino per migliorarsi! Personalmente, nella vita di tutti i giorni amo le sfide, amo i traguardi per poter avere la convinzione che ‘volere è potere!» (Alice Calcagni)
Oltre alla grande gioia sportiva, questa vittoria porta anche un risvolto positivo nel quotidiano?
«Purtroppo questo grandissimo e bellissimo risultato, che fa venire la pelle d’oca a me e a chi mi ama, non porta nessun risvolto positivo nella vita di tutti i giorni di una persona disabile. I media non ne parlano, solo grazie ai social riusciamo a farci valere, riusciamo a farci sentire. Sicuramente non abbiamo ‘riconoscimenti’, siamo atlete di una Nazionale costrette a prendere ferie per giocare un Europeo, siamo costrette a chiedere permessi per poterci allenare e non percepiamo nessun aiuto economico per le trasferte se non gli sponsor che il nostro staff ha trovato con molta fatica. Un risvolto solo personale, fatto di soddisfazione, di piacere e di emozioni indimenticabili!» (Alice Calcagni)

Il mondo dei non udenti è un mondo fatto di silenzio?
«l mondo dei non udenti ha diverse sfaccettature: la relazione con altri sordi e la relazione con persone udenti. La relazione con persone udenti talvolta può avere qualche difficoltà, a volte ci si scontra con l’ignoranza di persone che appena si dice ‘sono sorda’ inizia a P A R L A R E C O S I e che innervosisce facendoti sentire tremendamente diversa. La relazione con una persona sorda invece è molto piacevole, non è per nulla un mondo di silenzi, ma un mondo di suoni ‘diversi’: la radio a tutto volume per sentire anche le vibrazioni, le mani che si agitano per parlare tramite la lingua dei segni emettendo anche voce.. Il silenzio dove? La nostra allenatrice dice sempre: ‘non sono sorda! Vi sento!» (Alice Calcagni)

Quanta parte ha lo sport nel far sentire una persona disabile inserita efficacemente nel mondo?
«Posso dire che lo sport fa la sua parte, aiuta, ma di certo non è sufficiente per far sentire un disabile perfettamente inserito nella società, incluso e integrato. Serve tanto senso civico e l’Italia ha ancora molto da fare. Per esempio, noi sordi aspettiamo da tempo il riconoscimento della nostra lingua madre: la LIS». (Claudia Gennaro)

Potremmo correre il rischio di rimanere vittime della facile conclusione che lo sport sia l’unico mezzo di riscatto per persone che altrimenti non sarebbero ugualmente accettate?
«Nella vita non esiste solo lo sport, ovvio che questo dà a tutti la possibilità di mettersi in gioco e quindi sembra essere il canale più semplice per poter arrivare ad integrarsi e sentirsi accettati. Ma pure la vita offre sfide che, se vinte, aiutano a sentirsi accettati. A me dà soddisfazione pure il fatto di avere degli amici, di lavorare e avere la libertà di poter scegliere cosa fare della mia vita». (Silvia Bennardo)

Vincere nello sport è come vincere nella vita?
«Lo sport per me è una passione e quando si vince l’orgoglio e la soddisfazione aumentano, ma la vita è altro, tanto altro. Cosa significa vincere nella vita? È difficile anche stabilire quando si vince o quando si perde nella vita perché non ci sono regole, né punti come accade semplicemente nello sport». (Claudia Gennaro)

Hai un pensiero da inviare a tutte le persone, disabili o no, che pensano che “farcela” sia fuori dalla propria portata?
«Io qualche anno fa ero proprio una di quelle persone che pensano di essere fuori dalla propria portata. Non accettavo la mia sordità, mi sentivo “diversa” e a disagio perché pensavo che le persone non mi avrebbero mai accettata per quello che ero. Non mi rendevo conto che proprio con questo atteggiamento tenevo distanti le persone e proprio nel momento in cui ho iniziato a mostrarmi per quello che sono, molte difficoltà hanno cominciato a “sbrogliarsi” da sole. E la mia autostima e la consapevolezza di poter riuscire ad arrivare dove volevo sono aumentate». (Silvia Bennardo)

Emanuela Bressan è una donna disabile, orgogliosamente disabile viene da dire conoscendola, perché lei con molta sincerità dice: «La mia vita sulle ruote non è troppo male, anzi».
Se c’è qualche cosa che non le piace è la mancanza di conoscenza da parte delle persone, che finisce per causare grandi difficoltà.
Ironica, intelligente e molto sensibile, Emanuela racconterà a Vivijesolo com’è la sua vita da disabile, tra episodi divertenti e altri scomodi: perché tutto potrebbe diventare un po’ più facile se solo ci fosse un minimo di accortezza da parte di tutti.

Per scrivere a Emanuela Bressan:
soloabili@yahoo.it