L’importante non è (sempre) vincere

Sandrino Porru Presidente della Federazione Italiana Sport Paralimpici e Sperimentali si occupa della promozione delle discipline di Atletica paralimpica, Calcio amputati, Calcio a 7 per cerebrolesi, Powerchair football e Rugby in carrozzina.

“Quando correvo (Porru ha partecipato alle Paralimpiadi di Seul 1988 e Barcellona 1992) la mia aspirazione più grande era di far parte della Fidal (Federazione Italiana Atletica Leggera) come qualsiasi altro atleta. Ma allora la federazione non era preparata ad accogliere atleti che, per loro natura, richiedevano percorsi di preparazione diversi dagli atleti normodotati. È stato necessario un lungo cammino di integrazione mentale prima che atletica, perché ogni disabilità è diversa ed è difficile occuparsi di preparazione e avviamento su basi così eterogenee. Inoltre non esisteva allora la cultura di integrazione mentale dell’atleta che veniva sempre visto prima di tutto come disabile, quindi “non-abile”. Quando all’inizio correvo non esistevano le carrozzine adattate e performanti di oggi, correvamo con le carrozzine con le quali “camminavamo” normalmente, e il primo sentimento che coglievamo in chi ci guardava era pietismo.

È difficile trovare atleti disabili motivati a mettersi in gioco?
La difficoltà di partenza è l’accettazione di sé. È incredibile ma spesso la non-accettazione di sé parte dalla famiglia. Le famiglie, forse per un errato senso di protezione, qualche volta vivono negando la realtà e tendono a costruire attorno al proprio famigliare disabile un bozzolo protettivo. Questo lo isola dal mondo esterno. Invece alla base della fiducia in noi stessi c’è il rapporto con gli altri. Interagendo con il mondo esterno mettiamo alla prova le nostre capacità e impariamo a conoscerci. Capiamo quali sono le nostre singolarità e tariamo le nostre reali capacità. Mi è capitato spesso di trovare ragazzi disabili con grandi potenzialità che non venivano portati agli allenamenti dalle famiglie perché convinte a priori che avrebbero incontrato sicure sconfitte e delusioni. Nella vita tutti possiamo fare tutto, ma tutti a modo proprio. Non esiste un modo giusto in assoluto. È importante non precludersi la via del successo per timore di non risultare all’altezza.
Ci sono tipologie standard di atleti?
Il passo successivo all’accettazione di sé è la scoperta dei propri talenti. Non è la disabilità che limita, ma l’incapacità di riconoscere la propria abilità. Tutti hanno un talento proprio, unico e singolare, che ci distingue e ci delinea. Ogni atleta è unico. Standard, se vogliamo, può essere solo il naturale desiderio di non diventare invisibili al mondo e a noi stessi. Vitale è la rete di relazioni che riusciamo a mantenere con il mondo, in ogni modo possibile. Lo sport può essere un buon modo.

Come vivono le relazioni con il mondo i disabili di oggi?
Oggi i disabili hanno maggiori opportunità rispetto ad una volta. Lo sport, per esempio, se una volta poteva essere il solo modo per avvicinarsi agli altri, il solo modo per tentare un’integrazione, oggi è una possibilità tra molte. Oggi i disabili possono inserirsi nel tessuto sociale in quasi tutti i suoi aspetti. Possono rivelarsi una risorsa, a volte anche più incisiva perché partono da motivazioni più profonde. Ma il mondo deve fare la sua parte perché è ancora troppo poco inclusivo per servizi ed infrastrutture. Nella società ognuno è valutato per ciò che può apportare al bene comune. Allora tutti devono essere messi nella condizione di poter esprimere il proprio capitale umano. I miei genitori fin da piccolo mi mettevano a lavorare con i miei fratelli in base a quello che riuscivo a fare. Sono cresciuto con la certezza che anche il mio lavoro era utile e necessario, e continuo a pensarlo ancora oggi.

L’importanza di vincere?
Non vinci contro i tuoi avversari, vinci contro te stesso. In gara devi ovviamente fare meglio del tuo rivale, ma il tuo vero avversario è il tuo ultimo limite. È quello che devi superare. Certo, l’oro è gratificante, ma solo se nella competizione sei stato all’altezza delle tue aspettative. A volte puoi vincere l’oro, ma sentirti un bronzo, perché il risultato non è quello che ti aspettavi. A volte sono più felici i quinti classificati perché magari si aspettavano di arrivare decimi. Noi siamo i nostri giudici più severi. Vinciamo contro noi stessi, contro i nostri freni e i nostri confini. Lo sport obbliga a guardare in faccia chi sei, a rialzarti dopo essere caduto, a non dare niente per certo. La disabilità è solo un ostacolo superabile nella gara che è la vita. In fondo in questo mondo di assolutismi, tutto è relativo.

Emanuela Bressan è una donna disabile, orgogliosamente disabile viene da dire conoscendola, perché lei con molta sincerità dice: «La mia vita sulle ruote non è troppo male, anzi».
Se c’è qualche cosa che non le piace è la mancanza di conoscenza da parte delle persone, che finisce per causare grandi difficoltà.
Ironica, intelligente e molto sensibile, Emanuela racconterà a Vivijesolo com’è la sua vita da disabile, tra episodi divertenti e altri scomodi: perché tutto potrebbe diventare un po’ più facile se solo ci fosse un minimo di accortezza da parte di tutti.

Per scrivere a Emanuela Bressan:
soloabili@yahoo.it

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