Marco, il paratleta con il bisturi

L’11 ottobre 2011 un’auto contromano manda in pezzi la vita di Marco Dolfin, giovane medico appena tornato dal viaggio di nozze e alla sua seconda settimana di lavoro come chirurgo ortopedico al San Giovanni Bosco di Torino. L’arrivo al pronto soccorso, cosciente, e la diagnosi ineluttabile. Ma non molla, Marco! Era medico ortopedico e avrebbe continuato ad esserlo. Avrebbe trovato una soluzione. Incoraggiato dalla moglie Samantha, e dopo la necessaria riabilitazione, progetta con il suo ortopedico di fiducia una carrozzina che si alza e lo mette in condizione di avvicinarsi al tavolo operatorio per affrontare tutti gli interventi, anche quelli più impegnativi di anche, spalle o ginocchia. E non basta! Dopo le ore passate in reparto e in sala operatoria, Marco prende la borsa e corre in piscina ad allenarsi perché è argento agli europei di nuoto nei 100 rana nel 2018, quarto alle Paralimpiadi in Brasile nel 2016 e si allena per Tokio 2020.

Com’è stato svegliarsi e capire di non poter più camminare?
«Nel mio caso è stata una presa di coscienza graduale. Quando ho cominciato a non sentire più le gambe ho capito quale sarebbe stato l’esito finale. Ho chiesto a mia moglie la conferma e lei è stata sincera. Passato il primo naturale momento di disperazione, mi sono concentrato non su quanto avevo perso ma su ciò che mi restava e ho ricominciato da quello. Tanta terapia motoria e riabilitazione, per recuperare il possibile e tornare alla mia vita. Non quella di prima, lo sapevo, ma comunque una vita nella quale essere un soggetto attivo e non passivo».
Certo non passivo! Atleta agonista e chirurgo: quanto è contato nella vita lo spirito di competizione?
«Tantissimo. Sono sempre stato molto competitivo e questo mi è stato d’aiuto. Sia quando non ho avuto dubbi sul non abbandonare la mia professione, e cercare in tutti i modi una soluzione che mi permettesse di continuare ad operare nonostante la paraplegia, sia poi nello sport».

Si trova ad operare pazienti con patologie simili alle sue. Che emozioni le suscitano?
«Quando sono medico, sono essenzialmente medico. E questo i pazienti lo percepiscono perché dopo il primo momento di sorpresa, la carrozzina scompare. Piuttosto forse è il “durante” che è diverso, perché chi è stato a sua volta su un letto di ospedale, sviluppa una particolare empatia con chi vive un momento di fragilità e malattia».

È stato complicato far accettare l’esoscheletro a colleghi e dirigenti medici?
«In realtà è stato anche questo un passaggio graduale ed inevitabile, per cui è stato accettato come una naturale conseguenza del mio operare. Paradossalmente è stato più un problema mio in quanto la mia principale preoccupazione era di essere in tutto e per tutto all’altezza delle responsabilità che stavo assumendo nei confronti dei pazienti».

Famiglia, lavoro, sport: quale tra queste realtà la mette più alla prova?
«Sono le tre cose in assoluto che amo di più, perciò la fatica non la sento, e se la sento mi impegno ancora di più in modo da superare le difficoltà man mano che si presentano».

Prossimo obiettivo: Olimpiadi di Tokio 2020
«è un bel sogno. La ciliegina sulla torta dopo un percorso di lavoro e impegno costante. In Brasile nel 2016 ho vissuto una grande esperienza. Ho amato la competizione ad alti livelli. è una cosa che sprona a tirare fuori il meglio di te, a metterti alla prova. La vittoria la sogni, ma non la dai per scontata, ti impegni al massimo e quando ce la fai la sensazione di gioia è indescrivibile. Vorrei tanto a Tokio far vivere queste sensazioni ai miei figli».

Vita quotidiana di un disabile?
«è un’altalena costante tra ostacoli e superamenti. Ogni giorno devi adattarti e sperare di trovare sempre delle soluzioni. Spesso è frustrante o imbarazzante, soprattutto quando sono con i miei figli e magari non possiamo entrare in certi posti, o non possiamo andare in vacanza come vorremmo o non posso accompagnarli in quel parco giochi perché è inaccessibile. Allora la mia disabilità diventa la disabilità di tutta la mia famiglia».

Premio “Fair Play Menarini” assegnato ad atleti che si sono distinti per messaggi di rispetto verso l’avversario e correttezza. Tu l’hai ricevuto nel 2018. è un modo di vedere lo sport o la vita in generale?
«La competitività non cancella la correttezza. Mio figlio Matteo ha la mia stessa combattività, nel gioco e nella vita. Ma per come la vedo io, dovrà imparare anche dalle sconfitte, forse ancora di più, perché perdere ti obbliga a rivedere i tuoi passi. Se ben veicolato, è un processo di arricchimento. Il vero campione è un campione prima di tutto come uomo».

Una volta hai detto: “ La mia nuova vita? Mi metto il cuore in pace e in qualche modo me la faccio andare bene!”
«Si, non è accettazione ma realismo. Significa guardare in faccia la vita e prenderle le misure per giocare la tua partita con le carte che ti da. Poi se vinci la mano meglio, ma se non vinci comunque non hai lasciato il tavolo!».

Emanuela Bressan è una donna disabile, orgogliosamente disabile viene da dire conoscendola, perché lei con molta sincerità dice: «La mia vita sulle ruote non è troppo male, anzi».
Se c’è qualche cosa che non le piace è la mancanza di conoscenza da parte delle persone, che finisce per causare grandi difficoltà.
Ironica, intelligente e molto sensibile, Emanuela racconterà a Vivijesolo com’è la sua vita da disabile, tra episodi divertenti e altri scomodi: perché tutto potrebbe diventare un po’ più facile se solo ci fosse un minimo di accortezza da parte di tutti.

Per scrivere a Emanuela Bressan:
soloabili@yahoo.it

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