Moreno, un “pesce” d’alta montagna

Cosa spinge un uomo a mettersi alla prova al punto da tentare imprese impensabili per le proprie condizioni? Perché esistono, fin dall’inizio dei tempi, individui che guardano all’asticella solo per vedere fino a che punto è possibile spostarla? Nessuno meglio di Moreno Pesce, 46 anni, di Noale (nel veneziano), può tentare di spiegarlo.

A 22 anni, a causa di un incidente motociclistico, subisce l’amputazione della gamba sinistra da sopra il ginocchio. Amante della montagna fin da bambino, non vuole però rinunciare al fascino della verticalità. Comincia, quindi, ad allenarsi con la protesi. Con tanta fatica e costanza riprende a scalare le montagne così bene che le sue imprese parlano per lui: 35 trail, 154 vertical, più di 50 km di dislivello all’anno. Dalla sua intraprendenza nasce il progetto AMA-Bilmente. Tra il 15 e il 20 giugno di quest’anno, insieme ad altri sei atleti con un arto artificiale, ha ripercorso il tracciato della Monte Rosa SkyMarathon® , la gara più alta d’Europa, che li ha visti impegnati nella scalata del Monte Rosa: 35 chilometri con 7000 metri di salita e discesa.

Il traguardo è  Capanna Margherita a quota 4554 metri. Ma non lasciatevi ingannare dall’eccezionalità dell’impresa. Essere disabili rende umili. Amplia lo sguardo sui propri limiti. Uno scalatore disabile nutre un rispetto ancora maggiore per la maestosità della montagna. E di questo strano rapporto tra “eccezionalità” e “umiltà” vorremmo parlare con Moreno.

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Com’è andata la Monte Rosa SkyMarathon® appena conclusa?

«Direi molto bene. Siamo arrivati tutti e sei atleti amputati ai 4000 metri, quattro su sei sono arrivati a Capanna Margherita. Solo uno ha abbandonato per problemi fisici».

Quali le difficoltà?

«Principalmente legate al fondo, al cedimento di alcune protesi, rotture delle stampelle e, soprattutto, stanchezza fisica. Grazie al supporto delle nostre guide siamo, però, riusciti a riprendere la salita in sicurezza. Non siamo supereroi, ci tengo a dirlo. E’ la collaborazione con gli altri che ci fa arrivare allo scopo».

Che sfide presenta la montagna?

«Ho profondo rispetto per la Montagna. Non la vivo mai come una sfida, anche perché è sempre lei la più forte. Da lei imparo sempre e comunque. La montagna non perdona e non fa sconti. Dà la giusta dimensione ai nostri limiti. Dobbiamo ascoltarla e rispettarla. La vera vittoria non è il traguardo, ma l’impresa stessa e come ci arricchiamo vivendola».

Quali sono le difficoltà in  più che uno scalatore disabile incontra rispetto agli scalatori normodotati?

«Rispondo con dei numeri: uno scalatore normodotato ci impiega 6 ore a salire e scendere da Capanna Margherita. Noi ci abbiamo impiegato 10 ore e mezza. Per noi ci vuole il doppio di tutto. Il doppio della forza, il doppio della fatica, il doppio dell’allenamento, il doppio della determinazione. Si devono mettere in conto tutte le difficoltà legate al cedimento delle protesi e delle stampelle. Siamo doppiamente vulnerabili. Ma lo accettiamo perché le sensazioni che la montagna ci fa provare sono impagabili. Lo sforzo è doppio, ma quando raggiungiamo la vetta, anche la soddisfazione è doppia».

Quale rapporto si crea con gli altri scalatori disabili?

«Deve essere soprattutto un rapporto di fiducia tra noi e di responsabilità. Quando organizzo un’impresa so che la sicurezza di ogni partecipante dipende dall’attenzione che metto nella pianificazione. Le difficoltà, come dicevo, sono tante. E’ mio compito valutare ogni possibile problema e prevedere le soluzioni. So che i miei compagni contano su di me. Non è una vittoria del singolo, ma del gruppo».

Quali “montagne” hai dovuto scalare nella tua vita?

«La disabilità. E’ la montagna che devo scalare ogni giorno. Salire una scala, spostarmi, viaggiare, lavorare. Ogni momento presenta ostacoli. E’ un continuo allenarsi alla vita. Tutto quello che imparo con le mie esperienze cerco di condividerlo. Sono convinto che, come nelle scalate, chi sta davanti ha il dovere di sostenere chi lo segue. Credo che ogni disabile ha il dovere di operare per la riuscita di tutti. Mi chiedo spesso cosa posso fare per rendere migliore la vita di chi ha le mie difficoltà.

Mi sono posto l’obiettivo di promuovere, entro il 2026, dei trail in montagna per disabili con altre patologie. Non solo per atleti amputati, ma magari anche per disabili in carrozzina, per i quali la montagna resta al momento solo un sogno. La prossima settimana salirò il Breithorn occidentale, 4165 mt  ai confini con la Svizzera, per studiare una mappatura di percorsi accessibili anche in carrozzina».

Allora hai ragione, Moreno, quando dici: “Non si è disabili perché una funzione corporea manca o è ridotta, ma perché non si usano tutti i talenti di cui si dispone per raggiungere i nostri sogni”.

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è una donna disabile, orgogliosamente disabile viene da dire conoscendola, perché lei con molta sincerità dice: «La mia vita sulle ruote non è troppo male, anzi». Se c’è qualche cosa che non le piace è la mancanza di conoscenza da parte delle persone, che finisce per causare grandi difficoltà. Ironica, intelligente e molto sensibile, Emanuela racconterà a Vivijesolo com’è la sua vita da disabile, tra episodi divertenti e altri scomodi: perché tutto potrebbe diventare un po’ più facile se solo ci fosse un minimo di accortezza da parte di tutti. Per scrivere a Emanuela Bressan: soloabili@yahoo.it

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