Un rap da cortocircuito

Questa è una storia dal sapore di favola.

Un rapper affetto da tetraparesi spastica che un giorno del 2018 viene invitato da Le Iene  (guardatelo su Youtube se avete 4 minuti e 44 secondi) e scopre che il suo beniamino, Fedez, vuole produrre il suo singolo perché: «Mi piace la sua fame, la voglia di spaccare, non tutti hanno talento nella vita, ma se hai questa fame puoi arrivare lontano».

E non finisce qui perché lui e J-ax lo vogliono con loro sul palco. Parliamo di San Siro e di 80mila spettatori. Se credete che il nostro eroe si sia intimorito, vi sbagliate di grosso. Era il più gasato di tutti e, quando prende in mano il microfono e canta “La panchina”, si sente un boato. Catalizza tutti, anche se siede su una carrozzina ed è la sua prima volta davanti ad un pubblico live.

Il suo nome è Cristiano Rossi, in arte Cris Brave, vive a Bergamo, ed ha 24 anni. Dissacrante, divertente e saggio, ci racconta un po’ la sua favola reale.

Com’è nata la collaborazione con Fedez?

«Avevo fatto dei video con i The Show (gruppo di youtuber e personaggi televisivi Italiani curatori di un canale di scherzi ed esperimenti sociali, ndr) che avevano fatto un sacco di visualizzazioni e grazie a loro è partito tutto».

Perché proprio lui?

«Lo seguivo da tantissimo, mi ritrovavo nelle sue canzoni. Sono sempre stato guardato come “quello strano” e, nelle canzoni di Fedez, ritrovavo questa denuncia dei limiti per una ricerca di giustizia. Lavorare con lui per sei mesi è stata un’esperienza incredibilmente formativa, sia dal punto di vista professionale che umano. Fedez ha creduto in me, alla mia musica e al mio progetto. Ci ha creduto prima e con più forza di quanto ci credessi io. E’ una persona che stimo molto, si impegna sinceramente per migliorare il mondo che lo circonda e facendo così migliora anche se stesso».

Cosa ci dici dei The Show?

«I The Show avevano fatto un reality alla Rai chiamato “Social house” dove più persone si riunivano per riparare una casa . Io li ho contattati per proporre il link del mio disco. Invece mi hanno convocato a Milano e, quando sono arrivato, mi hanno detto: “Se vuoi aiutare, mettiti al lavoro!”. Avevano preparato una pedana dove anch’io, in carrozzina, potevo dipingere come gli altri. Non posso dimenticare quel giorno: mi sono sentito “una persona”, non “un disabile”! Anche i The Show, come Fedez,  sposano perfettamente il mio pensiero. Davanti alle difficoltà cercare sempre la soluzione. Li vedo un po’ come dei fratelli maggiori e sono felice che facciano parte della mia vita».

Perché il rap?

«Perché parla di problemi esistenziali e nessuno, prima, aveva parlato dei problemi legati alla disabilità».

Nei video con i The Show prendete in giro la disabilità e tu per primo lo fai di te stesso: perché?

«Perché qualche volta l’ironia è l’arma migliore da usare contro gli atteggiamenti discriminanti che viviamo ogni giorno. Tu ridi di me? Io rido di te che non capisci e che non mi tratti come una persona. Chi è il vero disabile?»

Come vive i rapporti personali un disabile?

«Ciò che penalizza i rapporti è l’assistenzialismo. Sono tutti convinti che siano i disabili ad avere bisogno di aiuto, il che in parte è anche vero, ma pochi considerano quello che, invece, possiamo dare. Se usciamo con qualcuno la gente pensa prima di tutto che chi ci accompagna sia un parente o un assistente sociale. Non pensano che qualcuno possa interessarsi a noi come persone. L’immagine esteriore e il concetto di perfezione che associamo alla forma fisica, sono le discriminanti. Devono essere fatti ancora molti passi avanti nella maturità di giudizio, per superare questo limite».

E com’è l’inserimento nel mondo del lavoro?

«Spesso assumere un disabile è considerata più una pia azione che un atto dovuto. Eppure ci sono disabili altamente preparati e competenti. Difficilmente possono accedere a mansioni che diano compensi adeguati alla loro preparazione. Questo determina una dipendenza economica che limita la possibilità di creare una vita autonoma. Anche per questo motivo ho avviato una raccolta fondi su Gofundme [gofundme.com/f/crisbrave] per poter finanziare un aiuto quotidiano e affrancarmi dalla dipendenza dalla famiglia. Un genitore dovrebbe essere solo genitore, non un assistente sociale. Non voglio rassegnarmi a questo. E’ il mio sogno di indipendenza. Se qualcuno vuole partecipare…».

Con la musica, con i video, con i tuoi 87mila followers su ig vuoi fare la differenza?

«Voglio creare un cortocircuito. Le cose vanno sempre in un solo senso? Bene, ci vuole un cortocircuito che modifichi sostanzialmente il senso, lo inverta, crei delle uscite di emergenza che permettano di creare opportunità nuove, situazioni diverse, nuovi punti di vista per far crescere tutti».

Sei un filosofo!

«No, sono un paraculo. Spero sempre nel meglio, ma mi preparo al peggio».

Hai vissuto esperienze di bullismo?

«Certo, ma non fatti gravi. Io per primo conoscevo i miei limiti perciò ero preparato alle prese in giro, soprattutto da piccolo. I bambini sanno essere molto duri. Incredibilmente non sono mai stato aiutato dalle figure che avrebbero dovuto farlo, piuttosto da amici in gamba che sapevano quando intervenire e mi toglievano dai guai».

Allora, Cris, se non l’ha detto Darwin, lo diciamo noi:  “Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al…cortocircuito”.

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è una donna disabile, orgogliosamente disabile viene da dire conoscendola, perché lei con molta sincerità dice: «La mia vita sulle ruote non è troppo male, anzi». Se c’è qualche cosa che non le piace è la mancanza di conoscenza da parte delle persone, che finisce per causare grandi difficoltà. Ironica, intelligente e molto sensibile, Emanuela racconterà a Vivijesolo com’è la sua vita da disabile, tra episodi divertenti e altri scomodi: perché tutto potrebbe diventare un po’ più facile se solo ci fosse un minimo di accortezza da parte di tutti. Per scrivere a Emanuela Bressan: soloabili@yahoo.it

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