Metti che un vampiro…
Se avete sentito parlare di “vampire facial” o di “sperm facial”, probabilmente vi siete imbattuti in due delle tendenze estetiche più discusse degli ultimi anni.
Dietro questi nomi, volutamente provocatori, ci sono due tecnologie reali: il PRP (plasma ricco di piastrine) e i polinucleotidi, spesso indicati con la sigla PDRN. Vediamo di capire cosa sono, cosa promettono e, soprattutto, cosa le evidenze scientifiche dicono davvero.
Il PRP si ottiene dal sangue del paziente stesso: dopo una centrifugazione, si isola la componente ricca di piastrine e la si reinietta nella zona da trattare. I polinucleotidi sono, invece, frammenti di Dna estratti da gonadi di trota o salmone (da qui il nome popolare, improprio quanto efficace dal punto di vista del marketing) e vengono prodotti industrialmente sotto forma di preparati iniettabili. Entrambe le tecnologie hanno alle spalle una storia clinica che precede di molto il loro arrivo in estetica: il PRP veniva usato in chirurgia e ortopedia, il PDRN in medicina riparativa vascolare.
Sul PRP il risultato è più limitato di quanto i social lascino intendere: il miglioramento maggiore avviene nello spessore cutaneo e l’elasticità. Rughe, texture e discromia mostrano risultati molto variabili. L’idratazione, spesso citata come beneficio, non migliora in modo così costante.
Sui polinucleotidi si riportano miglioramenti su rughe, texture ed elasticità, ma non ancora dimostrati con la solidità che ci vorrebbe per parlare di un trattamento consolidato.
Sia per il PRP che per i polinucleotidi uno dei nodi centrali è la mancanza di protocolli standardizzati: dosaggi, tecniche di iniezione e numero di sedute variano da studio a studio, rendendo difficile confrontare i risultati.
E, quindi, cosa fare?
Nessuna delle due tecnologie è “la rivoluzione” che il marketing promette, né è da scartare. Sono strumenti in evoluzione, con un razionale biologico solido e prime evidenze che meritano attenzione, ma anche cautela. La scelta, se e quando farla, va discussa con un medico in grado di valutare il singolo caso e non sulla base di un trend social.
ABBRONZATI, MA CON CURA
Tre accorgimenti pratici, basati su quanto emerge dagli studi: evitare l’esposizione solare diretta nelle 24 ore successive all’applicazione, preferire creme e lozioni rispetto agli spray professionali in cabina, e non confondere il colore ottenuto con una reale fotoprotezione — l’SPF naturale del DHA si aggira intorno a 3, un valore del tutto insufficiente.
La pelle, anche quando appare già “dorata”, continua ad avere bisogno di attenzione e, soprattutto, di protezione solare.








