Il pane, una questione seria
Durante la Serenissima Repubblica due erano le figure professionali legate al pane: i “Pistori”, incaricati della preparazione e i “Forneri”, addetti alla cottura. Tuttora camminando per calli e campielli si trovano molte strade ad essi dedicate (calle, sottoportego, salizada del pistor o del forner… fateci caso!). Sulla preparazione e la vendita del pane vigevano delle regole molto serie ed erano previste punizioni esemplari per i loro trasgressori. A tal proposito si può ancora notare, vicino a Campo Santissimi Apostoli, una stele del pane (l’unica rimasta in città): si tratta di una lastra di marmo su cui fa bella mostra di sè il leone in moeca, che riporta l’intero proclama legislativo del 1707 emanato in merito alla proibizione di vendere pane foresto, cioè straniero o anche fatto in casa ma che non fosse prodotto a Venezia, da chi era autorizzato.
Lo scopo era quello di proteggere i produttori della città. La pena per i trasgressori consisteva nel pagamento di 25 ducati (raddoppiati qualora a trasgredire fossero stati gli stessi “Forneri”) e la prigione. Ai barcaroli, inoltre, veniva vietato trasportare pane di contrabbando o anche di condurre persone che ne avessero con sé con pena di vedersi bruciata la barca e la sospensione della licenza. Quest’ultima parte dell’editto che riguardava i barcaroli, naturalmente era incisa sulla facciata che da verso il rio di Santissimi Apostoli. Un’altra curiosità: vicino al Museo Storico Navale a Castello si trovano i vecchi forni della Repubblica, dove venne inventato il biscotto.








