Incontri d’anime
(racconto inviato da Riccardo)
Per guadagnare un po’ ho fatto, per alcune estati, il bagnino a Jesolo. Nonostante il caldo e le tante ore, in un certo modo amavo quel lavoro. Era una bizzarra varietà umana quella che passava sotto la torretta; e, visto che ero pagato per osservare, la osservavo con attenzione. Ormai potevo prevedere comportamenti e reazioni solo ascoltando i toni di voce o i modi di camminare. Potevo dividere il catalogo umano in prototipi, e difficilmente mi sbagliavo. Sembra incredibile, ma per quanto siamo diversi, tutti in qualche modo siamo uguali.
Quel luglio 2017, tra i bagnanti c’era un signore. Ottant’anni circa. Mi avevano detto che veniva da anni. Stesso albergo, stesso periodo, per la prima volta senza la moglie mancata l’anno prima. Arrivava tutte le mattine alle 8. Sedeva sotto l’ombrellone a leggere il giornale con un cappello di cotone in testa. Questa cosa mi incuriosiva: perché tenere un cappello sotto l’ombrellone? Mi ricordava un po’ mio nonno: stessa eleganza nei modi, stessa discrezione ed educazione. Un pomeriggio, quasi all’ora di smontare, qualcosa che galleggia nell’acqua attrae la mia attenzione. Con il cannocchiale metto a fuoco un cappello di cotone! Mi precipito giù dalla torretta con una stretta allo stomaco. Vedo una sagoma sul pelo dell’acqua e lo riconosco! Immobile, la testa sotto. Mi tuffo, lo raggiungo, pregando che il tempo si fermi. Lo trasporto a riva incosciente. Inizio con compressioni toraciche e ventilazioni. Intanto la voce nella mia testa ripete: “Tieni duro, non mollare, resta con me!”. Finalmente riprende a respirare. Allora lo giro sul fianco per evitargli il soffocamento da rigurgito. Intanto arrivano i soccorsi e lo trasportano sulla passeggiata per caricarlo in ambulanza. Lo seguo. Intanto che gli infermieri fanno spostare la gente per poter avvicinare l’ambulanza, mi accorgo che il poverino perde nuovamente conoscenza. Chiamo gli infermieri ma il rumore intorno copre la mia voce, così faccio da solo: cerco la leva per sollevare lo schienale della barella e lo alzo. Piano piano torna cosciente. Mi guarda, non riesce a parlare, ma cerca la mia mano e la stringe. In quel tocco sento tutta la paura di un uomo solo e smarrito. Vorrei abbracciarlo e dirgli “Tranquillo, non ti lascio”, ma devo farlo. La mattina dopo chiedo di lui in albergo e mi dicono che un parente era venuto per riportarlo a casa. Peccato, non avevo neanche potuto salutarlo.
L’anno dopo non facevo più il bagnino, ma qualcuno mi chiama chiedendomi di passare in torretta. Ad aspettarmi c’era lui. Un sorriso timido. Lo raggiungo e d’impulso lo abbraccio. È così fragile tra le mie braccia. “Grazie”, dice piano, “Mi hai salvato due volte”. “Ho fatto solo il mio lavoro”. Ma come puoi chiamare lavoro una cosa così?








