Amori senza fiori
(inviato da Giuseppe)
Per chi, come me, vive in un posto di villeggiatura, il concetto di vacanza è piuttosto nebuloso. Tendiamo ad associarlo più all’idea di lavoro, dovere, impegno e fatica (il che già così è piuttosto deviante). E questo senza distinzione di età. Per noi, i tredici anni, finiti gli esami di terza media, segnavano la fine del bonus-vacanze. Era scontato che dovevi cominciare a renderti utile. Per questo motivo l’estate del 19… mi trovò orgogliosamente vice-responsabile-delegato di una fiorente attività di noleggio natanti a corto raggio, alias quello che tira su e giù i mosconi dall’acqua. Con orgoglio entravo ufficialmente nel duro mondo degli adulti. Tutto bene finché non vedevo gli altri ragazzini turisti che passavano la giornata distesi al sole, o a giocare sul bagnasciuga, o, ancora peggio, quando dovevo mettergli il moscone in acqua e li vedevo a tuffarsi ridendo come matti. Ecco, in quei momenti mi sentivo come Oliver Twist, senza essere nel diciannovesimo secolo, orfano ed inglese, ma per il resto tutto uguale. E, proprio come nel libro, anche in Italia, nel Ventesimo Secolo, la vita è in continua evoluzione, ogni situazione può potenzialmente generarne un’altra e ciò che a volte sembra sfortuna ed infelicità si trasforma in opportunità.
Ed ecco cosa successe. Il proprietario dei mosconi aveva l’abitudine di comprare ogni mattina il giornale, leggerlo e commentare insieme a noi le varie. Erano momenti di intenso scambio di opinioni, tra lui e i vicini di ombrelloni, i bagnini, i baristi dei chioschi o noi stessi. A quell’età non hai opinioni precise in nessun campo e questa era per me l’occasione per ascoltare tutto e assimilare dopo attenta osservazione, ciò che risuonava più in sintonia con le mie giovani ed immature idee. In altre parole imparavo. Imparavo i meccanismi dell’agire umano, le pericolose deviazioni, le insidie della disonestà, ma anche l’efficacia di certe azioni e l’opportunità di certe decisioni. Quando, poi, i miei genitori iniziarono la propria attività, lo schema si ripeté: io ero sempre al lavoro ma, al contempo, godevo di un privilegiato punto d’osservazione. I commenti da varie fonti, delle diverse notizie, si sommavano a tutto quello che avevo l’occasione di osservare intorno a me. E scoprii, così, il mio interesse ai fatti, alle persone, alle storie, alle azioni. Un po’ alla volta questo interesse mi fece pensare che mi sarebbe piaciuto trasformare l’osservazione in lavoro.
Fu così che decisi che sarei diventato giornalista. Gli uomini ed i fatti sono diventati (parte) del mio pane quotidiano, non solo un lavoro, ma una indagine continua ed interessantissima su chi siamo e, di conseguenza, chi sono.
Anche il lavoro può essere un amore. Non tutti gli amori iniziano con baci e fiori, ma tutti sono essenziali per dare la benzina al nostro personale motore.








