Dialogo per la pace
Il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, è stato a Jesolo, per uno straordinario incontro, dove si è parlato della crisi in Medio Oriente.
Prima la messa nella chiesa Santa Maria Ausiliatrice di piazza Trieste, quindi l’appuntamento in piazza Mazzini, di straordinario valore religioso, culturale e civile. Una iniziativa che è stata possibile grazie al Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia.
Di fronte a una piazza gremita, il noto religioso, voce diventata punto di riferimento internazionale nel racconto e nella comprensione di uno dei principali scenari di crisi internazionale, stimolato da un giornalista, ha toccato alcuni significativi punti.

Come possiamo stare, da cristiani, dentro a questa situazione di conflitto?
«Sono in quei territori da anni ed ho sempre sentito dire che c’è guerra, occupazione, conflitto, che dobbiamo attendere, aspettare… ed intanto la violenza ed il conflitto, sono diventati pane quotidiano e, senza rendertene conto, diventa parte di te. Mi sono detto: ci si abitua a tutto, anche ad un contesto di vita dove c’è un conflitto e diventa una scusa o un pretesto per non fare le cose. Quindi, fermiamoci; abbiamo bisogno di guardare, di non subire le situazioni, di guardarle con occhio attento e capire cosa c’è dietro la cronaca e cosa ci provoca.
Cosa facciamo? Questa situazione di conflitto che dura da generazioni, non finirà domani, lo sappiamo tutti; anzi, non abbiamo ancora toccato il fondo (che sembra non finire mai).
Come chiesa abbiamo denunciato tante volte. Poi diventa un copia-incolla, perché sono sempre quelle le cose. Allora, dobbiamo uscire dal circolo vizioso delle stesse espressioni e pensare a qualcosa che ci contraddistingue e che vogliamo proporre».

Siamo arrivati alla disumanizzazione dell’altro?
«La deumanizzazione è una cosa reale, purtroppo. Stiamo vivendo un tempo dove si pensa che l’unico modo per risolvere i problemi è usare la forza. E se questo non risolve i problemi, allora si usa una forza ancora più grande. Si pensa che l’unico modo per cambiare gli equilibri è proprio questo, anche a livello micro: è diventato cultura, tutto è lecito, perché si ritiene che si sta lottando per la propria sopravvivenza. C’è stata una regressione».
Tutto è perduto?
«No, non tutto è perduto, ci sono gli anticorpi. Ci sono ancora alcune persone in Palestina ed Israele che non si arrendono a questa deriva, persone che credono si possa fare qualcosa. Bisogna cercarle, tenerle vicine. Perché questa deumanizzazione porta alla rovina, alla devastazione. E quando si dovrà ricostruire, si avrà bisogno di quelle persone. Con sano realismo dico che siamo in un momento dure, dove parte della società ritiene che tutto sia permesso per risolvere certi problemi».

Come fa un dialogo ad essere veramente efficace?
«Innanzitutto non trasformiamo il dialogo in uno slogan. Ci sono i tempi ed i modi. Il dialogo ha bisogno di un contesto di credibilità. E deve essere fatto con persone legate al territorio, che rappresentano realmente quella comunità, perché hanno vissuto e vivono quella realtà e che sono disposte a mettersi in gioco. Oggi l’incontro non è semplice, è molto faticoso. Incontrarsi è importante. Però l’idea del dialogo è diventata uno slogan, o un pretesto per non cercare veramente contesti credibili dove le persone del territorio si mettono in gioco per dire qualcosa di diverso».
Ci sono dei segni di speranza che spinge guardare il futuro in modo non del tutto rassegnato?
«Ci sono dei contesti. Vi porto un esempio. A metà giugno sono stato a Gaza, dove ho visto la situazione, disastrosa. Ho incontrato alcuni giovani studenti, che cercavano di ricominciare. Gli ho detto: bisogna rifiutare ogni tipo di violenza, da ogni parte questa provenga. Si sono alzati, applaudendo. Mi hanno risposto: noi non vogliamo la violenza, vogliamo cambiare registro. Una situazione simile mi è capitata a Tel Aviv. Ecco, quando ci sono soprattutto giovani disposti a difendere le proprie idee di non violenza, c’è ancora speranza, un contesto da cui ripartire».

NEL SALOTTO BUONO
Non è la prima volta che vengono organizzati degli eventi ad alto spessore, artistico e cultura, nella piazza che a volte ha rappresentato delle criticità. Ad esempio, è stato così con il Lungomare delle Stelle a Tania Cagnotto, la scorsa estate con il concerto di musica classica con l’orchestra diretta dal maestro Beatrice Venezi ed ora con l’incontro con il Cardinale Pizzaballa. Piazza Mazzini, dunque, destinata a diventare il “salotto buono” di Jesolo?
«Certamente – ha esordito il sindaco Christore De Zotti –, è esattamente il motivo per cui organizziamo eventi di questo tipo. Quando abbiamo iniziato con il rilancio di piazza Mazzini, abbiamo pensato che prima di tutto andava fatto con la presenza di forze dell’ordine ed alcune norme molto chiare nei confronti di chi non veniva a Jesolo per divertirsi. Ma non è sufficiente, è necessario portare e creare anche momenti di qualità, nella convinzione che il bello allontana il brutto. Quindi, tutti questi eventi rappresentano il lavoro parallelo che stiamo cercando di fare e che, mi sento di dire, stanno portando i loro frutti».








