Avevo un sogno

JOHNNY LAZZAROTTO

Julio Gonzalez oggi ha 44 anni, è paraguaiano, è un ex calciatore e si è appena messo in tasca il patentino Uefa per allenare a livello giovanile. Ed è senza un braccio.

In carriera ha giocato nel Vicenza, città dove oggi si è trasferito, ma è con la sua nazionale che ha raccolto soddisfazioni importanti. Tra tutte, oltre al goal contro il Brasile in Coppa America, l’argento olimpico con il Paraguay ad Atene 2004. Ma il suo goal più bello, e importante, l’ha segnato tra il dicembre del 2005 e il gennaio 2006. In autostrada è coinvolto in un gravissimo incidente; incidente nel quale rischia la vita, lotta per non morire, viene sottoposto a trenta trasfusioni e subisce l’amputazione del braccio sinistro.

Julio, cosa ricordi di quei giorni?

«Ricordo tutto, soprattutto che, ad un certo punto, si sedette accanto a me, mentre ero in ospedale senza più il mio braccio, una persona che iniziò a parlarmi. Mi chiese cosa volessi più di tutto. Io gli risposi che avrei voluto ricominciare a giocare a calcio, ma che i medici mi avevano detto che non sarebbe stato possibile. La mia famiglia mi diceva che mi sarei dovuto trovare un altro lavoro e la società mi aveva proposto di allenare. Lui, però, insisteva nel dirmi che, se il mio sogno era quello di tornare a giocare, dovevo continuare a credere di poterlo realizzare. Io gli rispondevo che mi avevano appena amputato un braccio e che avevo rischiato la vita. E non capivo il perché di questa sua insistenza».

Non la capivi, fino a che si è presentato e hai capito con chi stavi avendo a che fare…

«Esatto. Ad un certo punto decide di presentarsi. Si alza i pantaloni della tuta e mi fa vedere le due protesi; e lì capisco che stavo parlando con Alex Zanardi. Alex, chiamato da una dottoressa, era venuto in ospedale per darmi sostegno. E, in quel momento, mi ha raccontato la sua carriera da ex pilota di Formula Uno spiegandomi che a lui, dopo l’incidente, dicevano la stessa cosa che avevano detto a me. Gli dissero che non sarebbe più salito su un’auto. E lui, invece di desistere, chiuse tutti in una stanza dicendo loro che avrebbero dovuto trovare una soluzione. Soluzione che arrivò. Ed Alex tornò a guidare. Quell’incontro mi diede una grande carica e anche grazie a quel momento sono riuscito a realizzare il mio sogno, quello di tornare a giocare a calcio».

Nuovamente in campo in Paraguay, nelle file del Tacuary, hai poi appeso le scarpette al chiodo restando, comunque, nel mondo del calcio, come allenatore delle giovanili a Vicenza. Com’è, oggi, il tuo rapporto con i giovani e con la vita?

«Ai giovani dico continuamente di credere nei propri sogni e di non mollare. Anche quando la vita ti mette di fronte a momenti complicati e apparentemente insormontabili, bisogna cercare di non mollare mai. Io ho avuto la fortuna di avere accanto persone importanti, la famiglia in primis. E, oggi più che mai, parlando anche nelle scuole o nei vari incontri a cui mi chiamano, ribadisco l’importanza del crederci e di non arrendersi».

Ci sono delle cartoline che porti nel cuore dei tuoi successi in campo?

«Certo, anche perché, di tanto in tanto, le ricordo parlando con i miei figli o con i tifosi che ancora oggi mi ricordano certe emozioni. I goal a Vicenza, ma anche quando segnai contro il Brasile in Coppa America. O l’Olimpiade di Atene 2004, quando vincemmo l’argento; battendo l’Italia di Pirlo e De Rossi che, due anni dopo, avrebbe vinto il Mondiale e uscendo battuti solo dall’Argentina, in finale, grazie al goal di Tevez. Emozioni che fanno parte della vita; una vita che, indipendentemente dalle difficoltà, ha talmente tante cose belle che val la pena di essere vissuta e gustata appieno».

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