Chiamatemi Nonna Marisa
Da fenomeno social, a comico con sold-out in tutti i teatri: Francesco Baruto, in arte Barutz, continua a stupire. Per amore del dialetto veneto e, soprattutto, dei nonni.

Francesco, o devo chiamarti “Marisa”?
«In effetti, ormai dovrei cambiare i documenti d’identità, da Francesco a Marisa».
Ma è vero che hai iniziato, di fatto, già a scuola?
«Alle elementari parlavo sempre in dialetto, al punto che mia mamma mi diceva: ti prego, almeno a scuola. Poi, ricordo che in una commedia a scuola, dedicata a Cappuccetto Rosso, io interpretavo la nonna, che di nome faceva… Marisa. Finchè, durante la pandemia, ho iniziato a fare dei video, così, tanto per passare il tempo. Mai, comunque, avrei pensato sarebbe diventato un lavoro».
E la cosa è diventata virale, al punto che tutti ormai conoscono Nonna Marisa.
«Nei miei video, così nei miei spettacoli, ripropongo la quotidianità delle nonne: è un omaggio ai nonni, che sono un tesoro, ce li dobbiamo godere e li dobbiamo valorizzare. Ed è anche un modo per riproporre il dialetto veneto, che si sta un po’ perdendo».
A proposito di spettacoli a teatro, prima con “Sos Nonna” e ora con “In casa di riposo show”: ogni volta è un sold-out. Si può dire che sei passato da fenomeno social ad artista?


«In realtà, non mi sono mai sentito un fenomeno social, anche perché, di mio, sono tendenzialmente molto pessimista. Così pure per gli spettacoli: se qualcuno, qualche anno fa, mi avesse detto “Ora sali sul palco”, io gli avrei risposto “siete matti”. Ed invece non solo è successo, ma anche abbiamo tour da una ventina di date e sempre sold-out. Ecco, tornando alla tua domanda, diciamo che sicuramente ho fatto il passo rispetto al social, ma non mi sono mai sentito un “influencer”. Per me i social sono stati un tramite per portare allegria nella quotidianità».
Cosa cambia nel nuovo spettacolo che hai portato anche a Jesolo, al teatro Vivaldi?
«Ha tante novità: oltre ai ballerini, che già proponevo, abbiamo anche delle cantanti; poi cambia il concetto dello spettacolo, con un nome non casuale, visto che abbiamo deciso di portarlo realmente anche nelle case di riposo».
C’è un pubblico trasversale nei tuoi spettacoli: di cosa è merito?
«Secondo me richiama le persone, di tutte le età, che hanno nostalgia dei nonni che non ci sono più, ma anche delle tradizioni venete e del dialetto. È uno spettacolo che fa sorridere, ma anche riflettere sull’importanza dei nonni, della fortuna che abbiamo quando ci sono e della necessità di goderseli finchè sono al nostro fianco».

A proposito: tu lavori con un gruppo di giovanissimi, anche questo è un merito…
«Mi posso vantare del fatto che si è creato un gruppo di giovani che fa qualcosa di bello. Noi siamo la prova del fatto che la mia generazione, che tante volte viene additata del fatto che non fa nulla, qualcosa di buono la sa fare. Chissà, magari noi possiamo rappresentare un esempio».
Omaggio ai nonni, alle tradizioni, al dialetto: cos’altro ti piace di quello che fai sul palco?
«Che facciamo ridere senza essere volgari».
In principio c’erano, ad esempio, Carlo & Giorgio, quindi i Papu: oggi si è allargata la schiera di chi propone contenuti in dialetto veneto. Ti senti parte?
«Sì e ne sono felice. Come ci sono tanti comici napoletani o romani, molto più conosciuti, credo che questo sia un modo per riuscire a dare voce al Veneto, valorizzando non solo i difetti di quello che siamo».

Quindi, ti senti un ambasciatore del Veneto?
«Ambasciatore è una parola grossa, diciamo che certo di mettere del mio per tenere vivo dialetto e tradizioni e farle conoscere anche al di fuori dei confini».
A proposito di esportare il tuo “prodotto”, stai studiando qualcosa?
«Vorremmo italianizzare alcune espressioni, ma neanche troppo, perché il personaggio è bello così. Anzi, ti confido che alcune persone non venete che mi sono venute a vedere mi hanno detto che a loro piacevo così. Vediamo, dovrò trovare la formula giusta».
Senti, Francesco, ma adesso non ci vorrebbe un bel film con nonna Marisa?
«Esatto e tanti me lo dicono. Mettiamola così: quando mi chiedono dove mi vedo tra qualche anno non rispondo mai, perché mi ha sempre portato bene. E così continuo a viverla giorno dopo giorno».








