Din Don… qua

Il 19 novembre approda a Jesolo lo spettacolo dei record: “Din Don Down”, con Paolo Ruffini e la Compagnia Mayor Von Frinzius.

Al Palazzo del Turismo di piazza Brescia, uno degli appuntamenti teatrali più attesi della stagione. Dopo oltre 70 sold out, più di 130mila biglietti venduti, ecco a Jesolo “Din Don Down – Alla ricerca di (D)io, il nuovo e irreverente show con protagonista Paolo Ruffini e gli attori con disabilità della compagnia “Mayor Von Frinzius”. Se il precedente successo UP&Down (in scena per più di cinque anni con oltre 180 repliche) affrontava un’indagine sull’amore, “Din Don Down” alza la posta proponendo un rito collettivo che sfida i confini del politicamente corretto. Lo show indaga, infatti, il concetto di Dio, affrontando il sacro con spregiudicata ironia, disobbedienza, delicatezza e tanta poesia. In scena, il carismatico Paolo Ruffini resiste alle incursioni sfrenate degli attori con disabilità della celebre compagnia livornese guidata dal regista Lamberto Giannini. Ad accompagnare questo happening comico privo di regole, in cui il senso della “normalità” viene continuamente sovvertito con forza e tenerezza, ci sono le note dal vivo eseguite al pianoforte da Claudia Campolongo.

Prevendita sui circuiti autorizzati TicketOne (www.ticketone.it) Vivaticket (vivaticket.com). Biglietti a partire da 35 euro. Info sui siti comune.jesolo.ve.it e arteven.it.

A TU PER TU CON PAOLO

Avevamo incontrato Paolo Ruffini all’indomani dell’uscita nelle sale, del film “PerdutaMente”. Un progetto che nasceva dal desiderio dell’autore di investigare una condizione poco conosciuta e molto grave come il morbo di Alzheimer, una malattia dolorosa soprattutto per la famiglia, gli amici, gli affetti di chi è colpito. Ruffini e la sua troupe hanno girato due anni  l’Italia, per incontrare testimoni e vicende. Ecco cosa ci aveva raccontato.

Come avete raccolto e scelto le storie da raccontare?

«Ho lanciato un messaggio in facebook ed incredibilmente le risposte sono state centinaia. Tante storie, tutte incredibili, tutte forti. La scelta è stata difficile. Ci siamo (io e Di Biase) affidati al nostro sentire ed abbiamo scoperto che ci guidava verso un fil rouge comune: l’esistenza di una forza curativa come l’amore».

Siete entrati nella vita e nei sentimenti di persone con storie difficili, le avete vissute con loro: è stato difficile metabolizzare queste esperienze?

«Molto difficile. Anzi, in realtà non le abbiamo metabolizzate, ne viviamo ancora l’impatto emotivo. E così deve essere, perché trattano di vita, amore e sofferenza».

Quale messaggio trasmette PerdutaMente?

«Che se non esiste guarigione esiste però una cura: l’amore, e l’amore è anche meglio della felicità».

Non a caso, il 14 febbraio, San Valentino,  nelle sale arriva PerdutaMente  un film sull’amore di Paolo Ruffini e Ilaria Di Biase. Presentato lo scorso 7 febbraio a Roma, il progetto nasce dal desiderio dell’autore di investigare una condizione poco conosciuta e molto grave come il morbo di Alzheimer. Una malattia dolorosa soprattutto per la famiglia, gli amici, gli affetti di chi è colpito: 1 persona ogni 4 secondi nel mondo, oltre 600 mila in Italia. Ma realmente ne coinvolge 3 per ogni malato, poiché sono le persone più vicine ad essere trascinate nel dolore e nella cura.

Un docufilm forte, che tocca, con garbo e delicatezza, difficili percorsi di fragilità e forza, tutti traboccanti di umanità. Testimonianze dirette di persone che rifiutano la passiva sofferenza e cercano di curare con la forza del proprio amore. Come il marito verso la moglie, la figlia verso la madre, la nipote con il nonno. Storie umane che ci riguardano perché testimoni dell’esistenza di sentimenti di amore reale, lontano dallo stereotipato buonismo sdoganato dai social. Riassunto nelle parole di Franco, uno dei protagonisti del film parlando di sua moglie: “Ho visto l’anima di Teresa uscire dagli occhi. Ho capito che non potevo guarirla ma potevo amarla, darle aiuto e dignità”.

Ruffini e la sua troupe hanno girato 2 anni  l’Italia, ad incontrare testimoni e vicende per concludere che L’Alzheimer è una malattia velenosa  di cui troppo poco si parla, per la quale non esiste guarigione ma solo cura. E la cura è solo l’amore perché, come dice la psicologa all’inizio riassumendo la visione del mondo degli ammalati di Alzheimer: “Non ricordo chi sei, ma ricordo che ti amo” Dopo l’uscita evento in sala, il film non fiction (prodotto da Ruffini con Nicola Nocella per Vera Film, insieme a Well See, in collaborazione con la Fondazione Polli Stoppani e con il contributo di Roberto Cavalli) passerà su Sky e tornerà in sala a marzo, poi arriverà anche sulla Rai

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