Faccio il vignaiolo
Marco Billotto è il giovane titolare dell’azienda agricola “Vigne Salse”, situata tra la Laguna Nord e la sponda del Sile, al confine tra Jesolo e Musile. Sei ettari di terreno ed anche la produzione di miele.
Come nasce la vostra filosofia produttiva?
«La nostra mission è produrre vino artigianale, puntando sulle fermentazioni spontanee, sulle piccole produzioni e su un modo di lavorare sano in campagna. Non utilizziamo lieviti selezionati: lasciamo che sia il vino a esprimere il carattere delle uve e del territorio».
Com’è nata la scelta di diventare produttori di vino?
«Ho sempre avuto questa passione. Per un periodo ho fatto altri lavori, poi ho sentito il desiderio di riprendere in mano un’attività legata a questo mondo, perché in qualche modo arrivo proprio da lì. Alla passione per il vino si è aggiunta la voglia di costruire qualcosa di nostro. Ci siamo guardati attorno e abbiamo trovato l’azienda fuori casa, iniziando così questo percorso».

Quali vini che producete?
«Abbiamo diverse espressioni, a partire dal Pinot Grigio, che noi chiamiamo Basso Fondale, vino a fermentazione spontanea e rifermentazione con il mosto che noi congeliamo. Facciamo un Pinot nero viti vecchie presenti in azienda. C’è, poi, il Pinot Grigio ramato, una sorta di rosato che riprende un po’ quello che si faceva originariamente con questa varietà. Anche in questo caso la fermentazione è spontanea e il risultato è un vino delicato. Un altro progetto a cui teniamo molto è il Raboso, ottenuto da viti di circa 50 anni che si trovano davanti alla laguna. È una novità, la proporremo a breve in bottiglia da un litro».
Il vostro lavoro è anche un modo per raccontare la cultura del territorio?
«Sicuramente. Conoscere la produzione di una cantina significa anche conoscere un territorio. Ci capita di partecipare a eventi e, quando proponiamo i nostri vini, raccontiamo anche la nostra storia del nostro luogo».
Il vino è anche socialità?
«Il vino è un fatto sociale. Con altri vignaioli abbiamo creato anche un circuito, i “Raboso Boys”, con l’idea di partecipare ad eventi informali. Siamo stati presenti, per esempio, a eventi con musica elettronica: è un modo per avvicinare persone diverse al mondo del vino. Se vogliamo, è anche un modo per tornare indietro nel tempo, a un’idea più semplice e conviviale».
Con questa logica, il vino può diventare anche un veicolo di promozione turistica?
«Sicuramente, ma bisogna identificare a chi ci si vuole rivolgere. C’è una fetta di visitatori che cerca qualcosa di diverso, che non vuole necessariamente stare tutti i giorni in spiaggia. Vuole conoscere il territorio, assaggiare i prodotti locali e scoprire una parte diversa del luogo in cui si trova».








