Il Natale invoca la pace

Fra Marco Moroni, Custode del Sacro Convento di San Francesco d’Assisi ci parla di Natale, di pace e del significato del Presepe.

Lo scorso 24 giugno, a Jesolo, ha partecipato alle celebrazioni del Santo Patrono celebrando la messa dedicata a San Giovanni Battista, ora fra Marco Moroni, il Custode del Sacro Convento di San Francesco d’Assisisi, tornerà in città per rendere ancora più solenne l’inaugurazione della 21esima edizione dello Jesolo Sand Nativity non a caso dedicata alla vita di San Francesco.

A 800 anni dalla creazione a Greggio, da parte del “poverello d’Assisi”, della prima rappresentazione della Natività della storia, quale significato ha oggi il presepe?

«Abbiamo bisogno di simboli in grado di ricordare i fondamenti della nostra vita. Per dei credenti questo bisogno si trasforma nella possibilità di realizzare un qualcosa che ci mette sotto gli occhi la realtà con cui Dio è venuto incontro all’umanità attraverso il dono del suo Figlio. Ogni evento, ogni piccola cosa, anche un Presepio molto semplice rappresenta il dar corso al bisogno di simboli».

Oggi il Presepe è un valore da riscoprire?

«Siamo di fronte ad una tradizione che si mantiene anche se, forse, è coltivata da meno persone rispetto al passato; è, comunque, una tradizione che molti tengono viva. Questa circostanza, compreso l’evento di Jesolo, può comunque servire ad offrire un’occasione di dialogo anche a chi, magari, è lontano o a chi avvicina il Presepio solo per il suo aspetto artistico».

Molte parrocchie organizzano concorsi per decretare il Presepio più bello: lei come interpreta queste iniziative?

«Sono iniziative belle. Di fatto l’uomo vive anche di competizione e, nello stesso tempo, coltiva la bellezza. Questi concorsi offrono una possibilità di esprimersi attraverso una forma d’arte e, appunto, essere creatori di bellezza. E sono un modo per incentivare la propria creatività».

Nelle scuole, sempre più spesso, ci sono ragazzini di religioni diverse: come si può spiegare il senso del Natale?

«È un aspetto delicato e, al tempo stesso, doveroso. La nostra cultura è segnata dalla presenza della fede cristiana: è bene far conoscere le tradizioni di questa fede. Non vuol dire fare proselitismo, ma permettere a tutti di venire a conoscenza, entrando così in relazione con una cultura e una certa sensibilità. Ovviamente anche altre tradizioni possono essere valorizzate, ma c’è una tradizione talmente presente nella nostra terra che è giusto darne conoscenza. Poi ognuno fa le sue scelte».

Che tipo di Natale ci aspetta e, soprattutto, com’è possibile parlare di pace con quello che sta accadendo?

«È doveroso parlare di pace. Bisogna continuare a invocare la pace, anche nelle nostre relazioni quotidiane: non possiamo pretendere la pace dagli altri quando noi per primi non cerchiamo di costruirla. Purtroppo siamo in una situazione tragica della quale forse non ci rendiamo conto totalmente. Il fatto che venga meno anche un solo uomo o una sola donna a causa della violenza, da una parte all’altra di qualsiasi terra, vicina o lontana, di qualsiasi fede o etnia, è un sacrilegio, un vero e proprio fratricidio, se partiamo dalla considerazione che siamo tutti fratelli perché figli di un unico Padre.

Il Sand Nativity è un’opera imponente ma realizzata con un materiale semplice ed effimero come la sabbia: che messaggio lancia?

«Il fatto che sia effimero non vuol dire che sia inutile ed anzi ci dice qualcosa anche della nostra vita, che è precaria, non è per sempre, ma sente la bellezza e la forza dell’eternità e intuisce la presenza di Colui che solo è eterno. Anche un effimero presepe di sabbia ci può trasmettere il senso e la verità dell’eternità. Inoltre questo materiale ci ricorda che anche ciò che si sfalda e si perde può essere ricostruito, come i castelli di sabbia della nostra infanzia. E ancora, la sabbia ci ricorda la distesa delle spiagge e dei deserti, annuncio di un infinito che non possiamo tenere nelle mani ma che ci supera e ci attira».

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