Sono Albertino
È nella storia delle radio. Nella storia della musica. Nella storia di Deejay. Una storia che, per tratti, ha incontrato anche quella di Jesolo. Lui è Alberto. Anzi, Albertino.
Alberto, cosa ti lega, in particolare, a Jesolo?
«Jesolo è uno di quei posti che associo immediatamente all’estate, alla musica e alle persone che hanno voglia di stare insieme. Ci sono venuto in momenti diversi della mia vita e della mia carriera ma ho sempre trovato un pubblico molto caldo, curioso, capace di vivere la notte senza troppe sovrastrutture. È una località che cambia, si rinnova, però conserva una memoria importante della cultura del divertimento».
Che effetto fa ritrovarla come una sorta di seconda casa di Radio Deejay e Radio m2o?
«Mi ha fatto molto piacere, perché Jesolo è il luogo ideale per far uscire la radio dagli studi e renderla qualcosa di fisico, da vedere e da condividere. Ritrovare qui entrambe le radio mi dà la sensazione che si sia chiuso un cerchio, ma che, allo stesso tempo, se ne stia aprendo uno nuovo. C’è la nostra storia, ma c’è soprattutto la voglia di costruire altri ricordi».

Il piccolo Alberto, rivedendosi oggi, sarebbe contento per ciò che ha fatto ed è diventato?
«Credo che sarebbe soprattutto incredulo. Da ragazzino avevo una grande passione per la musica e per la radio, ma non potevo immaginare tutto quello che sarebbe successo. Probabilmente sarebbe contento del fatto che, nonostante gli anni e i cambiamenti, quella passione sia rimasta intatta. Poi magari mi guarderebbe e mi direbbe: “Va bene tutto, ma potevi anche riposarti ogni tanto”. La cosa di cui sono più orgoglioso è non avere mai smesso di essere curioso. Quando perdi la curiosità, in questo lavoro cominci immediatamente a diventare vecchio».
Hai fatto ballare migliaia di persone: riesci ancora a emozionarti dalla consolle, vedendo tutta quella gente davanti a te?
«Sì, e credo che il giorno in cui non mi emozionerò più sarà il momento di fermarmi. Puoi avere davanti cento persone o centomila ma quando senti che parte una canzone e tutta la gente reagisce nello stesso istante succede ancora qualcosa di molto forte. L’esperienza ti aiuta a controllare la situazione, ma non elimina l’emozione. Anzi, forse con il tempo impari a riconoscerla e ad apprezzarla ancora di più».
Con Fargetta, Molella e Prezioso siate ormai come una famiglia: è così?
«Sì, siamo una famiglia, con tutto quello che comporta: affetto, complicità, discussioni, prese in giro e la certezza di esserci quando serve. Abbiamo condiviso anni incredibili, viaggi, programmi, serate e momenti in cui probabilmente non ci rendevamo neppure conto di stare costruendo qualcosa che sarebbe rimasto».

E cosa devi a loro (e viceversa)?
«Io devo a loro tantissimo perché ognuno ha portato un’identità musicale precisa e mi ha obbligato a confrontarmi, a migliorare e a non sedermi mai. Credo che loro possano dire la stessa cosa di me. Almeno spero (ride). Ci siamo stimolati a vicenda. Eravamo molto diversi ed è proprio quella diversità ad avere creato un’alchimia irripetibile. Quando ci ritroviamo, però, bastano pochi secondi e torniamo immediatamente quelli di una volta. Con qualche capello bianco in più e forse un po’ meno resistenza durante la notte».
Con la tecnologia e la visibilità di oggi, per un ragazzo è più o meno facile iniziare a fare questo lavoro?
«È molto più facile iniziare ed è molto più difficile durare. Oggi con un computer, un telefono e una buona idea puoi produrre musica, pubblicarla e raggiungere persone in tutto il mondo senza aspettare il permesso di nessuno. Questa è una possibilità straordinaria. Il problema è che tutti possono farlo. Puoi diventare visibile in una notte e sparire la settimana successiva. Prima serviva molto tempo per farsi conoscere; oggi serve molto tempo per dimostrare di non essere soltanto un momento virale. La tecnologia dà gli strumenti, ma non può sostituire il gusto, la personalità, lo studio e la capacità di costruire un’identità. Il vero consiglio è non cercare soltanto di diventare famosi. Bisogna cercare di diventare bravi».
Ultima cosa, anzi due: la bambina nel tombino come sta? E gli amici della cassettina?
«La bambina nel tombino ormai sarà diventata una donna adulta e probabilmente, quando sente la mia voce, cambia immediatamente stazione per non rivivere il trauma. Gli amici della cassettina, invece, stanno benissimo. Sono sempre lì, custoditi in una parte della memoria collettiva di chi ci ascoltava. È incredibile come basti pronunciare certe frasi o far partire un vecchio jingle e persone che magari non si vedono da trent’anni tornano improvvisamente a far parte della stessa compagnia. È questo il potere della radio: crea amici che a volte non si sono mai incontrati, ma hanno gli stessi ricordi».








