La chirurgia delle nonne

(racconto inviato da Vania)

Quando si veniva al mare da bambini si stava almeno un mese. I nostri genitori affittavano una piccola casa dietro piazza Torino, con vista sui campi di pannocchie, e ci lasciavano con la nonna materna. Io, mia sorella e i miei tre cugini. Età miste, dai cinque ai nove anni. Oggi una cosa del genere è impensabile, perché le nonne hanno una vita piuttosto impegnata, tra apericena, appuntamenti per le unghie e sessioni di shopping, per badare ai nipoti devono allineare le loro agende. Mia nonna a quel tempo, invece, era  del tipo “normale”. Corporatura “piantata”, capelli permanentati orgogliosamente viola, dress code “vestaglia a fiori”. Ci si potrebbe chiedere come riuscisse a domare da sola cinque nipoti in piene vacanze estive, ma ci riusciva, benissimo.

Al mattino sveglia alle 8, perché alle 9 puntuali dovevamo essere in spiaggia a respirare lo iodio, che si sa, quella è l’ora migliore. Perciò ci si lavava iniziando dai più piccoli, mentre i più grandi tiravano fuori scodelle e cucchiai. Caffellatte e Oro Saiwa per tutti, senza drammi. Poi tutti in sella alle proprie bici per arrivare in spiaggia. Non avevamo tanti bagagli perché l’unico oggetto ludico era una palla scolorita che avevamo trovato in casa, dimenticata dagli inquilini precedenti. Qualche asciugamano, un vasetto di crema nivea, che nessuno voleva mettersi, e una bottiglia di acqua che, appena arrivati, mia nonna ci faceva sotterrare fino al collo sotto la sabbia perché restasse fresca. Naturalmente scavavamo con le mani. Secchielli e palette erano esotici come gli unicorni. Però, non ci mancava niente. Eravamo quasi sempre in acqua, o a giocare a pallone o a cercare di fare amicizia con i bambini tedeschi (appunto, per potere mettere le mani sui loro secchielli e palette).

Oggi seduta in spiaggia mi guardo attorno e vedo bambini occupati come industriali ai consigli di amministrazione, serviti e riveriti da genitori in evidente stato di sudditanza. Mi dispiaceva per questi bambini che hanno troppo e rischiano di non godersi niente. Finché stamattina lungo la stradina che porta in spiaggia ho visto una nonna in bicicletta dietro a due nipoti che pedalavano come matti. Lei li richiamava senza ottenere la minima attenzione. Allora ha frenato e, con una mano dallo smalto perfetto, ha lanciato la sua ciabatta Jimmy Choo, fulminea come un lanciatore di coltelli, colpendo con precisione chirurgica la ruota del primo della fila, il quale, immanentemente si è fermato a mezzo metro da una macchina in corsa.

Mi ricredo: lra come allora, le nonne salveranno l’umanità!

è una donna disabile, orgogliosamente disabile viene da dire conoscendola, perché lei con molta sincerità dice: «La mia vita sulle ruote non è troppo male, anzi». Se c’è qualche cosa che non le piace è la mancanza di conoscenza da parte delle persone, che finisce per causare grandi difficoltà. Ironica, intelligente e molto sensibile, Emanuela racconterà a Vivijesolo com’è la sua vita da disabile, tra episodi divertenti e altri scomodi: perché tutto potrebbe diventare un po’ più facile se solo ci fosse un minimo di accortezza da parte di tutti. Per scrivere a Emanuela Bressan: soloabili@yahoo.it

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