Vi racconto un oro olimpico

Il 28 agosto Parigi è pronta ad aprire il sipario sulle Paralimpiadi. Quali sono le emozioni, le paure e le suggestioni degli atleti che vi prenderanno parte? Lo abbiamo chiesto a chi li ha vissuti in prima persona, portando a casa delle medaglie molto pesanti. È Sandra Truccolo, classe 1964, veneziana di Cavallino-Treporti: due ori ai giochi Paralimpici di Atlanta e Sydney nel tiro con l’arco a squadre, quindi due volte campionessa del Mondo ed una d’Europa.

Sandra, come hai iniziato a tirare con l’arco?

«Ho iniziato con Fabio Amadi (argento nel tiro con l’arco alle Paralimpiadi di Seoul 1988, ndr) che ha insistito così tanto perché provassi, che alla fine mi ha convinta. Mi incuriosiva questo sport perché si poteva gareggiare con i normodotati. Ai primi campionati italiani nel 1991 sono arrivata terza. Due anni dopo ho fatto i mondiali a Stoke Mandeville dove abbiamo vinto l’oro a squadre e l’argento individuale».

Da allora è sempre stato un successo…

«Sì, da allora, fino al 2000, ad ogni europeo o mondiale abbiamo sempre vinto l’oro come squadra e oro o argento come individuale. La squadra era formata da me, Paola Fantato di Verona e Roberta Lazzaroni di Bergamo. Era una squadra molto unita. Forse parte della nostra forza veniva dall’amicizia che ci univa».

La convocazione alle Paralimpiadi di Atlanta del 1996: quali le emozioni?

«La convocazione ce l’aspettavamo, perché eravamo le più forti a livello mondiale, ma l’arrivo della divisa, è stata una vera emozione. Il momento in cui abbiamo visto la scritta “Italia” sulle tute siamo state sopraffatte da un orgoglio difficilmente ripetibile. Improvvisamente era tutto reale. Ci aspettava un’esperienza che avrebbe cambiato per sempre le nostre vite».

A cominciare dal viaggio in aereo…

«Alla partenza da Roma, in aereo, con tutti gli altri atleti diretti alle Paralimpiadi, abbiamo capito subito che esisteva una nostra “normalità”. Se di solito i passeggeri mettono nelle cappelliere i loro bagagli a mano, noi mettevamo, chi una protesi, chi una gamba, chi un braccio. Il clima era di assoluto divertimento. Sul campo potevamo essere avversari, ma ora eravamo solo dei ragazzi che vivevano insieme una fantastica avventura».

E perché hai deciso di smettere?

«Dopo una vittoria devi sempre dimostrare di essere all’altezza. È una gara contro te stessa. Questo è stato uno dei motivi per cui nel 2004 ho deciso di lasciare il tiro con l’arco: la fatica superava il divertimento».

Però, nel frattempo hai fatto altre tre Paralimpiadi: Atlanta, Sidney e Atene. Com’è cambiata la tua vita allora?

«Sicuramente in meglio. Al ritorno la gente mi riconosceva per strada e, anche se le Paralimpiadi non erano conosciute come oggi, è certo che la considerazione della gente nei miei confronti era cambiata. Non ero più solo una disabile ma un’atleta professionista!».

Ed in qualche modo questo ti ha permesso di conoscere Daniele Scarpa, che è poi diventato tuo marito.

«Infatti. Anche lui aveva appena partecipato alle Olimpiadi di Atlanta dove, per la canoa, aveva vinto un oro con Antonio Rossi e un argento con Beniamino Bonomi. Faceva parte del gruppo venuto ad accogliermi all’arrivo a Venezia. Lo ricordo con un enorme mazzo di rose. Io già lo conoscevo di fama, ma non l’avevo mai avvicinato. Quell’occasione ci fece conoscere e, da allora, ogni volta che doveva partecipare a qualche evento, faceva in modo che invitassero anche me. Finché nel 2007 ci siamo sposati».

Vuoi dirci che invitavano solo Daniele e non te?

«In quel periodo, purtroppo, i disabili, anche se campioni, non erano molto considerati. L’attenzione era tutta per i normodotati. Fino alle Paralimpiadi di Londra nel 2012. Quelle hanno segnato un cambio decisivo: i media hanno cominciato ad interessarsi agli atleti disabili, le gare erano trasmesse sulle reti nazionali e questo ha acceso l’attenzione anche su di noi».

Quale la Paralimpiade che ti ha lasciato i ricordi più belli?

«Sicuramente Sidney. Non dal punto di vista delle medaglie (oro a squadre) ma da quello umano. Il calore del pubblico era fortissimo. Ci fermavano per strada, ci chiedevano da dove arrivavamo, che sport facevamo, ci incoraggiavano, c’era tanto pubblico alle gare. In Australia, agli atleti disabili e a quelli normodotati, era stata data  dai media la stessa importanza. A dimostrazione del fatto che lo sport non è solo performance fisica, ma può anche essere un importante veicolo di crescita culturale».

è una donna disabile, orgogliosamente disabile viene da dire conoscendola, perché lei con molta sincerità dice: «La mia vita sulle ruote non è troppo male, anzi». Se c’è qualche cosa che non le piace è la mancanza di conoscenza da parte delle persone, che finisce per causare grandi difficoltà. Ironica, intelligente e molto sensibile, Emanuela racconterà a Vivijesolo com’è la sua vita da disabile, tra episodi divertenti e altri scomodi: perché tutto potrebbe diventare un po’ più facile se solo ci fosse un minimo di accortezza da parte di tutti. Per scrivere a Emanuela Bressan: soloabili@yahoo.it

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