Federico Rampini – Pani e Cannoni
Martedì 14 luglio, la rassegna “Jesolo Libri. Parole e Idee” ospiterà, in piazza Milano (ore 21, ingresso libero) uno degli appuntamenti più attesi della stagione. Sul palco salirà, infatti, Federico Rampini, celebre giornalista, scrittore e saggista, per presentare il suo nuovo libro edito da Mondadori, “Pani e cannoni”.
Con la sua consueta lucidità geopolitica, Rampini offrirà al pubblico una chiave di lettura fondamentale per interpretare i grandi mutamenti del nostro tempo, in un’epoca in cui i conflitti globali si combattono non solo sul campo, ma anche attraverso dazi, sanzioni e politiche industriali.
In attesa dell’incontro, lo abbiamo intervistato in anteprima.
Rampini, lei definisce il suo nuovo libro una “guida di sopravvivenza”. Quali sono i tre elementi da cui dobbiamo partire per capire la situazione attuale?
«La chiamo in questo modo perché molti italiani ed europei si trovano in un mondo per cui non erano preparati. Tre elementi essenziali. Il primo: il ritorno della legge del più forte. La forza militare non è mai scomparsa, solo noi europei avevamo smesso di vederla, protetti dall’ombrello americano. Il secondo è la geoeconomia: l’economia non è mai stata neutrale, è uno strumento di potenza, e catene di fornitura, energia, microchip sono diventati armi strategiche. Il terzo è la fragilità europea: decenni di dipendenze accumulate — dal gas russo, dai componenti cinesi, dalla difesa americana — ci hanno resi ricattabili. Capire questi tre nodi non è cinismo: è il primo passo per non farsi trovare impreparati».
Nel libro scardina l’illusione del libero commercio come garanzia di pace. Dazi, sanzioni ed embarghi: perché economia e forza militare oggi sono inseparabili?
«Per generazioni ci hanno detto che commercio uguale pace: più scambi, più interdipendenza, meno conflitti. La Cina nel WTO si sarebbe democratizzata. La Russia con i proventi del gas sarebbe diventata un partner affidabile. È successo l’esatto contrario. Pechino ha usato la globalizzazione per rafforzare uno Stato autoritario. Putin ha usato le rendite energetiche per riarmarsi. Oggi dazi, sanzioni ed embarghi non sono strumenti marginali: sono il prolungamento della politica estera. Chi controlla le terre rare, i semiconduttori, il dollaro, le rotte commerciali controlla pezzi di sovranità altrui. Il cambio di paradigma significa che ogni Stato deve chiedersi: da chi dipendo e cosa accade se usa quella dipendenza come arma?».
Crede davvero che la guerra sia tornata ad essere più “normale”? L’Europa cosa può fare per arginare questa deriva?
«Non dico che la guerra sia auspicabile, dico che non è mai stata davvero anormale. La pace nell’Europa occidentale è stata un privilegio storico garantito dall’ombrello americano. Altrove le guerre non si sono mai fermate. La vera novità è che il conflitto è tornato vicino a noi. L’Europa può fare molto, ma deve smettere di confondere la propria impotenza con superiorità morale. Deve spendere di più per la difesa, integrare le industrie militari, ridurre le dipendenze strategiche. La pace non si difende con le buone intenzioni, ma facendo capire a chi potrebbe aggredirci che il prezzo sarebbe troppo alto. La deterrenza, non il pacifismo, ha garantito decenni di stabilità».








