Fucili e piume

È la sera del 26 aprile 1945 ed i partigiani attaccarono a Caposile un presidio tedesco in ritirata, dando vita ad un violento scontro a fuoco. Le truppe tedesche, inferiori per numero e  forze, fuggirono cercando riparo dove possibile.

Uno dei racconti preferiti di mio nonno Antonio (detto Toni) si riferisce proprio a quei giorni. Un soldato tedesco terrorizzato, di nome Willi, si presentò una notte alla porta dei miei nonni, chiedendo aiuto. Se i partigiani l’avessero trovato, la sua morte sarebbe stata sicura. Fortunatamente l’umanità non era totalmente scomparsa e loro lo fecero entrare. Gli diedero da mangiare e un riparo per la notte, ma restava il problema di nascondere la sua identità. Così gli fecero indossare degli abiti civili e lo nascosero in cantina tra i sacchi di piume raccolte per fare i piumini. Il giorno dopo un commando tedesco arrivò nella casa dei miei nonni in cerca dei soldati appartenenti al loro contingente. Urlando parole che loro non capivano, entrarono in casa e cominciarono a rovesciare tutto in cerca di qualche traccia di soldati tedeschi, finché trovarono la divisa nascosta. A quel punto iniziarono ad interrogare mio nonno, che non poteva rispondere perché non conosceva una parola di tedesco. Convinti che mio nonno fosse responsabile della morte di Willi, lo misero al muro e si prepararono ad ucciderlo. Era avvenuto tutto così velocemente che non c’era stato il tempo di farsi capire in qualche modo. Con le spalle al muro mio nonno ormai guardava in faccia la morte finché mia mamma Lucia, all’epoca undicenne, corse ad abbracciarlo e si strinse così forte a lui che i tedeschi non riuscirono a sparare. Prima che potessero staccare la figlia dal padre, mia nonna Elisa corse in cantina a chiamare Willi che finalmente arrivò e, tutto pieno di piume, spiegò ai suoi camerati che stava bene e che i miei nonni in realtà lo stavano solo nascondendo.

Da allora Willi fu tra i primi turisti giunti dalla Germania ed ogni anno, quando arrivava con la famiglia, non mancava mai di passare, prima con la fidanzata che divenne sua moglie e poi con i figli, ad abbracciare i miei nonni e a ringraziarli per quel gesto di umanità che gli ridiede fiducia nel futuro.

Mio nonno ci raccontava sempre che quel giorno con le spalle al muro e i fucili puntati in faccia, aveva visto la fine della propria vita, ma che, quando ripensava a Willi, che correva tutto ricoperto di piume come un pollo, ancora gli veniva da ridere. Io, invece, penso con orgoglio che mia mamma quel giorno sia stata eroica nel tentativo di salvare il padre; e i miei nonni eroici a tentare di difendere un “nemico” e che per fortuna  c’è una forza ancora più potente dell’odio, quella dell’amore.

è una donna disabile, orgogliosamente disabile viene da dire conoscendola, perché lei con molta sincerità dice: «La mia vita sulle ruote non è troppo male, anzi». Se c’è qualche cosa che non le piace è la mancanza di conoscenza da parte delle persone, che finisce per causare grandi difficoltà. Ironica, intelligente e molto sensibile, Emanuela racconterà a Vivijesolo com’è la sua vita da disabile, tra episodi divertenti e altri scomodi: perché tutto potrebbe diventare un po’ più facile se solo ci fosse un minimo di accortezza da parte di tutti. Per scrivere a Emanuela Bressan: soloabili@yahoo.it

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