Il cammino dell’anima
«Non sono partita per cercare qualcosa. Ma mentre cammini, il Cammino ti dà qualcosa»
Elena Poles racconta la sua esperienza sul Cammino di Santiago, tredici giorni da Porto fino alla cattedrale spagnola, quasi 400 chilometri percorsi da sola, zaino in spalla e testa libera.
Tredici giorni di Cammino, centinaia di chilometri percorsi con lo zaino sulle spalle e un solo obiettivo nel cuore: arrivare a Santiago de Compostela. È l’esperienza vissuta da Elena Poles, jesolana e responsabile del chiosco “Veliero Beach Club”, di piazza Marina. Dall’8 al 23 aprile, lungo il Cammino Portoghese, da Porto a Santiago, ogni passo è diventato una sfida, ogni fatica una conquista, ogni incontro un frammento di vita da custodire. Un viaggio profondo, capace di spogliarla del superfluo e di farle riscoprire il valore dell’essenziale. A guidarla, la propria forza e la voglia di non fermarsi. Un’esperienza resa possibile anche grazie all’amore e al sostegno del marito e del figlio, di chi l’ha accompagnata nella preparazione e dei colleghi che, in un momento cruciale per la ripartenza della stagione a Jesolo, le hanno permesso di inseguire e vivere fino in fondo il suo sogno.

Com’è nata l’idea di partire?
«Ne avevo sempre sentito parlare; mi colpiva il fatto di come le persone tornassero cambiate pur non avendo aspettative particolari. Sono partita da sola: è stata una prova personale per mettermi in gioco».
Il primo effetto qual è stato?
«Il cammino mi ha svuotato la testa dai pensieri quotidiani. Sono riuscita a concentrarmi su cosa davvero mi serviva in quei momenti: concludere la tappa, trovare un posto dove lavarmi, mangiare e dormine».
Ti eri preparata un itinerario?
«Sì, ho scelto il Cammino portoghese, partendo da Porto e seguendo inizialmente la Senda Litoral, il percorso sull’oceano. Poi ho imparato a cambiare strada, a passare dal percorso costiero a quello interno. Facevo una specie di zig-zag. Le tappe avevano una lunghezza diversa: dai 20 ai 25 chilometri, ma alcune hanno superato i 40. Alla fine i 280 chilometri iniziali sono diventati quasi 400».

La difficoltà più grande?
«Il primo giorno: mi sono resa conto davvero di essere sola e, la mattina stessa, ho rotto gli occhiali da vista. Ho avuto un momento di sconforto. Una signora del posto mi ha vista in difficoltà, mi ha indicato la prima freccia gialla del Cammino e, lì vicino, c’era una farmacia dove ho comprato degli occhiali. Da lì è iniziato tutto».
Cosa ti ha colpito maggiormente?
«I paesaggi, per esempio, e gli animali. Ma ricordo anche le mamme con i figli piccoli che facevano il cammino da sole. E, poi, un non vendente da solo con il suo cane. Uno dei momenti più commoventi è stato in una chiesa in Galizia quando un pellegrino peruviano ha chiesto di cantare l’Ave Maria. Ma ricordo anche una signora di 98 anni che da casa sosteneva i pellegrini di passaggio».
Cosa ti ha lasciato il Cammino?
«Chi fa il Cammino è senza maschera: quel poco che uno si porta da casa ce l’ha suelle spalle, dentro lo zaino. Ti insegna ad apprezzare l’essenziale».

Il Cammino, quindi, ti aiuta a capire chi sei?
«Sì, ma ti aiuta anche a fare ciò che qui non siamo più abituati a fare: condividere. E a rinunciare alla privacy: negli ostelli dormi nelle camerate. Nessuno aveva vergogna a chiedere aiuto».
A te è capitato di ricevere aiuto?
«Nella tappa che ho sofferto di più, due signore americane, una dell’Ohio e l’altra del Wisconsin, mi hanno sostenuto con le parole giuste. Alla fine di quella tappa mi sono accorta che mi stava superando un “vecchietto” con il deambulatore: mentre mi passava accanto mi ha chiesto “todo bien?” con un sorriso che mi porto ancora dentro».
I maggiori problemi fisici?
«Le vesciche ai piedi. Mi ero allenata tanto, facevo camminate da 35 chilometri con lo zaino sulle spalle, ma non è la stessa cosa. Cambiano i terreni, cambia la postura. Però avevo la mente libera: se fossi stata piena di pensieri probabilmente avrei chiamato un taxi per tornare a casa».

Com’è stato l’arrivo a Santiago?
«L’ultima mattina vedevamo in lontananza le torri della cattedrale. Più ti avvicini e più sembra che sia la gente stessa a spingerti avanti. Poi all’improvviso sei lì: campane che suonano, persone che piangono, che ridono, che si abbracciano. Un’emozione impossibile da spiegare. Da questa esperienza ho ricevuto una grande forza, ma anche la capacità di mettermi a nudo davanti agli altri e davanti a me stessa. Capisci davvero di cosa hai bisogno».
Un consiglio a chi vorrebbe fare il Cammino?
«Tutti possono farlo, anche da soli. Anzi, forse da soli il Cammino riesce a darti ancora di più. Serve preparazione fisica ma, soprattutto, bisogna partire con il cuore aperto».
C’è qualcuno che vorresti ringraziare?
«Mio marito e mio figlio. Ma anche chi mi ha sostenuto nella preparazione ed ai miei colleghi».








