Io sono Csaba

La “Signora delle buone maniere” ritorna con il secondo romanzo. Ed è ancora grandi emozioni.

Ci aveva salutato con quel “Io sono Adele”, che chiudeva il primo romanzo. Tante emozioni, ma una storia ancora tutta da raccontare. E Csaba dalla Zorza, volto noto della televisione, ha deciso di farlo. In modo ancora più potente. Ed emozionante.

Alla libreria Moderna di San Donà di Piave, la prima nazionale di “Io sono Adele” (Marsilio).

Csaba, perché questo titolo?

«Intanto vi confesso che, tre giorni prima di andare in stampa, ho avuto dei ripensamenti; ma sapevo che sarebbe stato infantile non farlo. Ho avuto dei dubbi, a cominciare proprio dal titolo. Chi ha letto il precedente, ricorderà che l’ultima frase, con cui si chiudeva il libro, era proprio “Io sono Adele”, rivelato dopo 255 pagine; mi sono chiesta se fosse giusto riprendere proprio da là, anche considerando che il libro si fa leggere a prescindere dal primo. Alla fine ho capito che quella è soprattutto la mia affermazione, ma anche l’affermazione di chi lo legge».

Cosa c’è dietro a questa frase, semplice ma potente allo stesso tempo?

«Dietro a qualunque vita ci sono emozioni, sensazioni, cose che da fuori non possiamo vedere o sapere, anche se ci permettiamo di avere opinioni e giudicare, commentare sui social. Dire “Io sono Adele”, è un po’ come consegnarmi a voi, perché dentro a questo libro ci sono tre parti importanti della mia vita, che sono vere (il resto, invece, è il romanzo). Adele è prima di tutto una donna che si è dato come figlia e come moglie, poi anche nel lavoro».

Ma dove finisce Csaba e dove inizia Adele?

«Non lo so… Ci sono tanti punti molto sottili che ho dovuto lasciare andare. O andavo in stampa o dovevo essere sincera, consapevole del fatto che questa cosa potrebbe distruggermi oppure lanciarmi come un razzo nell’atmosfera. Vediamo cosa succederà. Di certo, a me non piace la mediocrità: o l’una o l’altra mi porterà da qualche parte».

Nella casa in cui va a svolgere il compito di governante, gli oggetti hanno un ruolo importante…

«Gli oggetti, con i quali ha un dialogo, li immagina nelle vite precedenti. È Come se la casa le parlasse».

A proposito di oggetti: la tazza della copertina?

«Vestito e tazza sono i miei; la tazza ce l’ho in valigia, me la sono portata».

Ma hai sempre avuto questa “cosa” delle buone maniere?

«A sette anni è stato il momento preciso in cui sono diventata quella che sono. Nelle regole ho trovato il conforto, un po’ come i neonati che si tenevano stretti, accuditi e al sicuro. Le regole sono per me come delle bende che mi tengono al sicuro. Il fatto è che dopo diventano un problema. E che lo fosse l’ho scoperto tre anni fa, quando ho iniziato a pensare a questo libro»

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