Ora mi voglio bene

Con il libro “Ho imparato a volermi bene”, la jesolana Irene Vianello racconta la sua storia tra resilienza, riscatto e voglia di farcela

Non solo un’autobiografia, un intenso messaggio a credere sempre in sé stessi e nei propri sogni, superando giudizi e difficoltà. È il senso di “Ho imparato a volermi bene” (Abra Books), primo libro di Irene Vianello, avvocato che esercita in uno studio a Jesolo in collaborazione con tre colleghi. Originaria di Cavallino-Treporti, jesolana d’adozione, l’autrice conduce il lettore in un viaggio autobiografico di straordinaria tenacia, attraversato da numerose difficoltà ma, soprattutto, da vittorie davvero significative.

Nata prematura di soli 900 grammi, sopravvive a un’infanzia segnata da un tumore benigno all’orecchio e da ben 33 interventi chirurgici. Attraverso il silenzio delle incubatrici, la dura sfida per imparare a parlare e leggere il labiale e la volontà di costruirsi un futuro, la sua storia è un inno alla tenacia. Al suo fianco c’è una famiglia solida: genitori instancabili e una nonna coraggiosa che antepone la nipote a tutto. In mezzo c’è lei, Irene, che ha trasformato dolore e fragilità in forza, capace di seguire la propria strada tanto da diventare, dal 2012, avvocato con abilitazione anche nel Collegio di Madrid.

Perché hai deciso di raccontare la tua storia in un libro?

«Il professor Franco Trabalzini, primario otorinolaringoiatra all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, che mi segue da vent’anni, nel 2015 era stato invitato alla trasmissione Uno Mattina per parlare del problema che ho avuto e degli impianti uditivi. In quell’occasione, mi ha detto di pensare di scrivere un libro sulla mia vita. Ho iniziato a buttare giù degli appunti che sono rimasti lì per parecchio tempo. Negli ultimi due anni ho deciso di scrivere il libro con l’obiettivo di dare un messaggio».

A chi è rivolto?

«Per quello che ho vissuto, soprattutto agli insegnanti e agli alunni. Non ho avuto belle esperienze e così ho voluto dare una testimonianza chiara, ribadendo che non ci deve essere diversità. Chi ha a che fare con bambini e ragazzi non deve avere modi di fare differenti: tutti devono essere trattati alla pari».

Anche perché certi atteggiamenti, forse, li capisci dai coetanei ma non dagli insegnanti…

«Ho conosciuto per la prima volta la parola “handicappata” alle superiori; nessuno mi aveva etichettata in quel modo. Oggi non sono convinta che situazioni simili non esistano più. Manca ancora la giusta sensibilità. Non ci si deve stupire se i ragazzi hanno certi atteggiamenti».

Il tuo è anche un messaggio di riscatto e di credere in sè stessi: i sogni possono essere realizzati?

«Certo, sogni e desideri, con una buona famiglia alle spalle (circostanza non scontata), possono essere raggiunti».

Il legame con la tua famiglia è molto forte: nel libro ci sono tanti episodi, forse quello più significativo è quando parli di tua nonna…

«Ha sacrificato la sua vita per permettere ai miei genitori di curarmi. Lei era malata e l’ha tenuto nascosto fino a quando ha potuto. Quando l’ha rivelato era troppo tardi. A lei devo molto. Ho ricordi che sono indelebili. Lo stesso vale, ovviamente, per i miei genitori, che mi hanno esortata a non mollare mai».

L’episodio che rappresenta la svolta nella tua vita?

«Cito un episodio denigratorio, alla fine delle scuole medie. Da quel momento è nata la consapevolezza di dimostrare che della mia vita decido io».

Un episodio positivo?

«Il giorno della laurea, anche perché, durante il percorso accademico, nessuno, dai professori, ai colleghi di corso, al relatore della tesi, sapeva della mia malattia. Quel giorno è stato il mio primo grande riscatto».

Perché hai seguito il percorso in giurisprudenza?

«In quarta elementare, nello svolgimento di un tema, ho scritto che da grande avrei voluto fare l’avvocato. Poi, con mio nonno paterno, guardavamo dei telefilm, io facevo tante domande e insieme facevamo delle simulazioni. Anche da quel momento è nata la passione».

Nella carriera professionale, hai mai seguito qualcuno che ha avuto problemi di discriminazione?

«Per fortuna no».

Se dovesse capitare, accetteresti?

«Sì, anche perché un caso di questo tipo sarebbe, per fortuna o purtroppo, il mio punto di forza».

La vita ti ha dato una bella rivincita: se ti trovassi di fronte a chi non ha creduto in te, cosa gli diresti?

«Nulla, forse gli sorriderei. Chi all’epoca mi sosteneva, mi diceva che io sono il mio mondo, che sono più importante di loro e che non devo pensare alla vendetta. Sarà la vita a dare le risposte. Io oggi posso dire di avercela fatta».

Alla ragazzina dell’epoca cosa diresti oggi?

«Che è stata brava. Mi complimenterei con lei».

E a un ragazzino che oggi deve fare i conti con il bullismo?

«Di parlarne con la propria famiglia, di non tenersi nulla dentro. Solo chiedendo aiuto si può uscire da queste situazioni».

Altri libri in programma?

«Chissà, non si sa mai. Magari la seconda parte della mia vita sarà meritevole di essere raccontata».

Come ti vedi nella tua “seconda parte”?

«Mi auguro di essere serena, di stare bene e di non avere più difficoltà».

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