Paolo Ruffini – La vita secondo me
Attore, regista, sceneggiatore, conduttore televisivo, Paolo Ruffini aprirà il terzo Festival Aqua, giovedì 5 giugno.
Qual è il tuo rapporto con il mare?
«Direi conflittuale, perché io sono di Livorno, che è una città di mare, ma allo stesso tempo ho difficoltà a stare dentro al mare. Faccio fatica a nuotare nell’acqua alta e ho paurissima dell’acqua alta. Quindi, il mare mi piace vederlo, mi piace dirgli le cose perché sono sempre convinto che, se dici una sciocchezza e hai davanti un palazzo, quella sciocchezza poi ti rimbalza addosso; invece, se la dici al mare, quella stessa sciocchezza vola via diventa lirica».
Che ricordi ti legano al mare?
«Il mare mi ricorda il mio babbo perché era un marinaio, ha lavorato tanto in marina e, quando sono nato io, è andato in pensione, ma ha comunque continuato a lavorare all’autorità portuale di Livorno, gli piacevano le gru e gli piaceva il porto. Mi ricordo che anche da piccolo mi portava in porto e mi faceva vedere quel mare, che è un mare che accoglie. Il porto è un mare che accoglie le navi e che accoglie le persone. Quindi, per me il mare è soprattutto accoglienza, mistero e anche paura però, perché l’abisso è qualcosa che ti ricorda anche l’immensità che c’è sotto ma anche dentro di noi».
Spettacoli come i tuoi, iniziative come le pizzerie inclusive o i libri su Andrea Antonello, hanno permesso di dare una mazzata al muro dell’indifferenza e della paura verso il mondo della disabilità. Secondo te le cose stanno cambiando o c’è ancora tanto da fare?
«Secondo me, stanno cambiando molto e penso che cambieranno sempre di più. Insomma, c’è sempre più sensibilità al tema di chi non è esattamente come noi e questa cosa è una ricchezza umana. Io non penso che una persona disabile sia diversa da me, non penso che sia uguale a me, penso che sia unica come me. Quindi, per me non sono nemmeno persone “speciali”, a meno che non lo sia anch’io. Sono persone che hanno assolutamente gli stessi diritti che ha ogni essere umano e, ovviamente, laddove ci sono degli svantaggi, dei deficit o delle impossibilità, quei diritti vanno acquisiti affinché chiunque possa avere una vita piena e degna di essere vissuta».

Di recente hai partecipato, a Prato, ad una singolare iniziativa: provare ad andare in giro su una sedia a rotelle. Com’è andata?
«Mi sono reso conto di tutte le difficoltà che vivono le persone costrette su una sedia a rotelle. È molto bello, per esempio, quello che si fa con i ciclisti realizzando in tante città le piste ciclabili, però penso che prima dovremmo accertarci che ogni città sia anche a misura di carrozzina; perché, prima di poter godere di una qualsiasi mobilità legata anche all’ecologia o di una qualsiasi attività ludica o sportiva, tutti i cittadini, anche chi è in carrozzina, ha il diritto di poter accedere a servizi, strutture, negozi. E questo è uno dei temi più importanti del domani».
Per essere sempre più inclusivi…
«Credo che l’inclusività avvenga nella misura in cui davvero tu possa andare in un albergo anche a cinque stelle e vedere una persona con la sindrome di down che ti accoglie; perché in realtà lo stellato non è determinato dall’efficienza o dalla velocità con cui fai il lavoro, ma magari dal sorriso, che è anche un valore più interessante. Quindi, tornando alla domanda di prima, credo si stia facendo tantissimo; la sensibilità si è acuita molto e sono felice perché mi piace l’idea di vivere in un paese che ha questo tipo di evoluzione».

Il tuo spettacolo si intitola “storie del nostro presente”: ma ti preoccupa il futuro?
«Mi preoccupa un futuro dove un bambino può chiedere all’intelligenza artificiale se esiste Babbo Natale. Questo mi preoccupa. Mi preoccupa un futuro molto più interessato all’algoritmo o all’intelligenza artificiale che all’intelligenza umana, un futuro che si occupa più di intelligenza artificiale che di sensibilità. Però sono abbastanza progressista e credo che, alla fine, ci siano degli anticorpi nel tessuto sociale che ci tutelano dallo spegnersi della fantasia (che è il vero rischio). Finché esistono gli errori, e gli errori sono un grande sintomo di umanità, finché esistono i fallimenti, finché esisteranno anche i sogni e finché esisterà Babbo Natale, allora vuol dire che avremo ancora un briciolo di umanità da conservare».
Cos’è l’amore?
«L’amore è sicuramente un genere, qualcosa che non possono inventare i robot o non possono inventare i computer. L’amore è come la vita, è anche più bello della felicità. La vita è bella anche quando non è bella, è bella anche quando è sofferente, è bella anche quando ci massacra, così come è anche l’amore. Forse l’unico motivo per cui si viene veramente in questo mondo non è nemmeno per vivere, ma è per amare».








