Sul monte Ortigara, una esperienza unica e indimenticabile

Asiago, Gallio, Roana, Enego… L’altopiano dei Sette Comuni è oggi sinonimo di piste da sci, lunghe passeggiate, splendide escursioni in un paesaggio meraviglioso, verde brillante nella bella stagione, bianco candido durante l’inverno.

Ma l’altopiano è, purtroppo, famoso anche per essere stato teatro di alcune tra le più sanguinose battaglie della prima guerra mondiale. La più famosa è sicuramente quella del monte Ortigara, le cui vestigia ricoprono ancora questa vetta, dalla morfologia carsica e l’aspetto aspro e brullo, così come le cime e gli avvallamenti circostanti.
La salita all’Ortigara è un’esperienza unica e indimenticabile, dal punto di vista naturalistico grazie ai meravigliosi paesaggi che ci regala ma, soprattutto, per la memoria storica che questi luoghi custodiscono.

Si parte da Gallio, località Campomulo, in cui oggi sorge il centro sci da fondo, e ci si inerpica, per un buon tratto in auto, fino al piazzale Lozze, a 1771 metri di altitudine.

Da qui parte l’escursione a piedi, per circa 350 metri di dislivello, fino a raggiungere dopo un paio d’ore il vero e proprio luogo della battaglia: il passo dell’Agnella, da cui gli alpini partirono nei loro disperati ed inutili assalti alle trincee austro-ungariche. Quello che per noi è un ultimo sforzo, per arrivare, in circa mezz’ora, sulla vetta dell’Ortigara, costò un secolo fa decine di migliaia di giovani vite, mandate in continue e folli ondate all’arma bianca a morire davanti ai reticolati, sotto il tiro di centinaia di cannoni e mitragliatrici.

È ancora possibile imbattersi, lungo la salita, in munizioni, resti di scatolette per razioni militari, parti di granate e proiettili di shrapnel. Si arriva, infine, sulla vetta di questa montagna, brulla e riarsa, che tanto può raccontare e farci riflettere ancora oggi.

La battaglia dell’Ortigara

Lo scontro fu combattuto tra il 10 e il 29 giugno 1917: trincerata sulla cima del monte, a 2106 metri di quota, c’era l’undicesima armata austro-ungarica, forte di 100mila uomini che, da ormai un anno, avevano scavato trincee, camminamenti e rifugi, oltre ad aver portato 400 cannoni e centinaia di mitragliatrici in quota, ben riparati nelle grotte, naturali o appositamente realizzate. A valle, pronti a dare la scalata alla montagna, c’erano 300mila soldati italiani, per la maggior parte alpini (22 battaglioni), forti di ben 1600 cannoni, trasportati a forza di braccia e dorso di mulo lungo ripidi sentieri, impervi tracciati e profonde trincee scavate a viva forza.

Il rapporto era, quindi, di tre italiani per ciascun austriaco, ma gli alpini dovettero dare l’assalto ad una vetta pesantemente fortificata.

Fu un massacro: 28mila le vittime italiane, tra morti, dispersi e feriti; 9mila quelle austriache.

Gli alpini riuscirono a conquistare temporaneamente la vetta il 20 giugno, dopo una serie di attacchi sanguinosi ma, stremati e decimati, non riuscirono a tenere la posizione e vennero spinti nuovamente giù dal contrattacco austriaco.

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