Tempo sospeso

Racconto inviato da Alessandra

Una sera di novembre di qualche anno fa ero a Venezia per incontrare degli amici. Avevo l’indirizzo, ma nessuna conoscenza della città: seguivo Google Maps procedendo per tentativi. Devo avere sbagliato strada, perché mi ritrovai in una calle cieca affacciata su un canale, senza ponti a disposizione. Non si vedeva anima viva e una nebbia densa serpeggiava tra le pareti dei palazzi bui.

Provai a chiamare i miei amici, ma il telefono non prendeva. Proprio in quel momento vidi avvicinarsi un’ombra. Alle spalle avevo l’acqua e intorno il silenzio assoluto. Lo sconosciuto avanzava: cappuccio della felpa tirato su e un grosso zaino sulle spalle. Sentivo il cuore battere a mille.

Finché lo sconosciuto non si fermò e disse: «Ciao, bisogno aiuto?». L’accento straniero non mi tranquillizzò. «Sto cercando Fondamenta del Remedio», risposi. «Se vuoi, ti aiuto», propose. Nel timore di un’aggressione declinai: «No, grazie, i miei amici stanno arrivando». Lui scosse la testa: «Allora aspetto. Non è sicuro per te, ragazza sola».

Non avevo altra scelta. Per darmi un contegno gli chiesi cosa facesse a Venezia. Iniziammo a chiacchierare e scoprii che era uno studente di Lettere e Filosofia dell’università di Zagabria, in città da due anni per completare una tesi su Giorgione, in particolare sul dipinto “La Tempesta”. Mi raccontò le sue ipotesi di interpretazione su quel quadro dal significato ancora enigmatico. La conversazione fu così avvincente che, quando il cellulare finalmente squillò, feci un salto.

Erano i miei amici, preoccupati. Mi chiesero di raggiungerli in Piazza San Marco e il ragazzo si offrì di accompagnarmi. Una volta arrivati ci salutammo, ma prima gli chiesi se potesse inviarmi il suo saggio. Mi dettò il suo indirizzo email e sparì nella nebbia. Mi accorsi solo dopo di non averlo ringraziato e di non avergli chiesto neppure il nome. Eppure, quel ragazzo sconosciuto aveva trasformato la mia paura in sicurezza e lo sconforto in una lezione d’arte.

Il giorno dopo gli scrissi per ringraziarlo, ma la mail tornò indietro per un errore nell’indirizzo. Riprovai più volte, senza successo.

Negli anni a venire ripensai spesso a quel giovane gentile. Fino a una sera di giugno di quest’anno. A Jesolo, lungo la via pedonale, notai un ragazzo intento a dipingere acquerelli con scorci di Venezia. Lo osservai bene: era proprio lui.

«Scusa, forse ci conosciamo?», chiesi.

Lui alzò gli occhi: «La ragazza di Venezia!».

Che meraviglia il caso. Mi sedetti accanto a lui e riprendemmo a parlare come se non fosse passato un solo giorno. Stavolta ci presentammo con i nostri nomi e potei finalmente ringraziarlo.

A volte il tempo resta sospeso, in attesa del momento giusto per darci modo di fare ciò che va fatto.

è una donna disabile, orgogliosamente disabile viene da dire conoscendola, perché lei con molta sincerità dice: «La mia vita sulle ruote non è troppo male, anzi». Se c’è qualche cosa che non le piace è la mancanza di conoscenza da parte delle persone, che finisce per causare grandi difficoltà. Ironica, intelligente e molto sensibile, Emanuela racconterà a Vivijesolo com’è la sua vita da disabile, tra episodi divertenti e altri scomodi: perché tutto potrebbe diventare un po’ più facile se solo ci fosse un minimo di accortezza da parte di tutti. Per scrivere a Emanuela Bressan: soloabili@yahoo.it

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