Agnese Scappini – Verso lo stare bene
Docente, terapeuta, terapeuta e psicologa clinica, Agnese Scappini ci invita a fermarci anche per pochi minuti per riscoprire ciò che di noi è rimasto nascosto. Nella conversazione con il pubblico di venerdì 19 giugno (20.30, Festival Aqua), scopriremo come fare spazio – dentro, fuori, ovunque serva – e come trovare in noi stessi gli strumenti per respirare, osservare e abitare pienamente la vita che ci appartiene.
Agnese, lei incontra spesso le persone anche in grandi spazi, come il teatro: si è mai trovata in una situazione come quella del Festival Aqua, in riva al mare?
«È la prima volta ed è forse il motivo per cui sarà ancora più speciale. Ed oggi, così ovattati dalla strumentazione, avere un suono naturale che ci accompagna, diventa una fortuna. Quando, poi, partecipo a queste iniziative di incontro con la gente, mi aspetto sempre tanto arricchimento, perché le persone scelgono certe attività e sono più predisposte alla crescita».
Lei incontra e spiega: è ugualmente interazione?
«Che lo faccia come psicanalista, a teatro o nei social, non è mai un qualcosa di unidirezionale, prima di tutto perché le tematiche che porto sono il sentire di ciascuno, che ci riguardano e che ci toccano; e quando ci sintonizziamo nel discorso, suoniamo un po’ tutti a quelle frequenze».
Ma le persone vogliono veramente stare bene?
«Forse oggi la gente non sa esattamente cosa vuol dire stare bene e cos’è lo stare bene. Quindi, innanzitutto bisogna imparare a riconoscere cosa significa per ognuno. E non c’è un protocollo, è totalmente soggettivo. Poi, ci sono luoghi che fanno stare bene, che sia un concerto o un altro momento trascorso con altre persone. Forse oggi facciamo fatica perché bombardati da tanti messaggi».
Lei è presente anche nei social: ma non è l’opposto della condivisione?
«In realtà, a differenza di coloro che sono influencer oggi, non ci sono molto nei social; ad esempio, non ho un social media manager e faccio io i miei video. Qui tiro fuori degli argomenti dai miei momenti clinici, cerco di offrirli anche agli altri. I social possono diventare uno strumento per fare arrivare dei messaggi a più persone; avvicinano, fanno sentire più vicini e creano stimolo e apertura».
Immagino le arriveranno anche delle domande, proprio attraverso i social: quale il problema maggiormente affrontato?
«L’amore. Sono tutti problemi che riguardano principalmente l’amore, che è poi anche l’argomento che porto nel mio monologo a teatro. Amore che certo, che non riesco a dare, a ricevere, che crea o provoca sofferenza».
È il male del secolo?
«Oggi forse lo stiamo cercando in maniera più alta. E siamo abituati a pensare al pensando, ritenendo si stesse più bene di oggi».








