I piedi nell’acqua

Jesolano, laureato in scienze infermieristiche, dopo aver girato il mondo, oggi divide le sue giornate tra le corsie dell’ospedale e la scrittura. Perché, in fondo, curare un corpo o scrivere una storia sono la stessa cosa: si tratta di saper ascoltare il silenzio. Giuseppe Alessio Bianco esordisce con il primo romanzo.

C’è tanta Jesolo nel romanzo d’esordio di Giuseppe Alessandro Bianco, “I piedi nell’acqua”. «Una storia intima di fantasia – spiega l’autore – un viaggio emotivo che parte da lontano per approdare proprio tra le nostre strade e i nostri paesaggi». Il protagonista è il commissario Tita, un ragazzo la cui vita viene stravolta da un evento tragico e doloroso: la perdita del fratello. Questo dramma lo sradica completamente dalla sua terra d’origine, il Cile, e lo porta in Veneto, prima tra le colline di Tarzo e poi, soprattutto, a Jesolo. «Jesolo, nel romanzo – racconta Bianco – non è un semplice sfondo geografico. Diventa il luogo della ricostruzione, con lo specchio d’acqua, tra il litorale e le correnti del Sile, in cui Tita cerca di ritrovare sé stesso, di curare le proprie ferite e di dare un senso allo scorrere del tempo. Quell’atto di immergere i piedi nell’acqua diventa per lui il simbolo del restare ancorati alle cose autentiche, l’unico modo per non farsi travolgere dalla corrente dei ricordi». Una narrazione che alterna un realismo schietto a momenti di profonda sensibilità lirica, esplorando dinamiche universali come il lutto, lo sradicamento e la rinascita, ma con una voce che parla la lingua del nostro territorio. «Il dolore – aggiunge Bianco – non è un muro che ti chiude fuori, ma una crepa che si apre nel petto. All’inizio pensi di crollare, poi capisci che è solo spazio nuovo per farci stare un’altra vita. Non siamo fatti per essere integri, ma per essere veri».

L’autore

Giuseppe Alessandro Bianco, nato a Jesolo, è uno che ha capito subito una cosa: per trovarsi, a volte, bisogna prima perdersi per bene. Ha preso la sua vita, l’ha infilata in uno zaino e se n’è andato a vedere che faccia avesse il mondo tra l’Europa e il Sudamerica, facendo quei lavori che non ti rendono ricco, ma ti riempiono gli occhi. Poi è tornato, perché il viaggio serve a questo: a capire dove vuoi mettere le radici. Si è laureato in scienze infermieristiche, scegliendo di prendersi cura degli altri, perché in fondo curare un corpo o scrivere una storia sono la stessa cosa: si tratta di saper ascoltare il silenzio. Oggi vive così, tra un turno in corsia e un foglio bianco, convinto che per stare bene non servano solo le medicine, ma anche le parole giuste, quelle che ti fanno sentire meno solo.

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