Si può scegliere di essere felici!

L’incredibile storia di Daniele Cassioli, il più grande sciatore nautico paralimpico di tutti i tempi

25 titoli mondiali, 25 titoli europei, 39 titoli italiani, record mondiale di slalom, record mondiale di figure, record mondiale di salto, medaglia d’oro al valore atletico dal comitato italiano paralimpico nel 2003-2013-2015-2018, Collare d’Oro al Merito Sportivo nel 2019, massima onorificenza per lo sport italiano, autore del libro “Il vento contro”. Stiamo dando i numeri? No, presentiamo Daniele Cassioli, il più grande sciatore nautico paralimpico di tutti i tempi.

Cieco dalla nascita a causa di una retinite pigmentosa ma incontenibile fin da bambino, si cimenta con il nuoto, poi con il karate e lo sci alpino per finire a soli 9 anni con lo sci nautico. Nel frattempo si laurea con 110 e lode in fisioterapia e impara a suonare il piano con grande abilità. Oggi affianca alla sua attività agonistica anche quella di formatore e coach, parlando delle sue esperienze, riflessioni e speranze a tutti, ma soprattutto ai bambini “Nella vita siamo noi a scegliere ciò che vogliamo essere. Io ho scelto di essere felice, una conquista che mi è costata fatica, ma che adesso mi definisce come uomo”. E la felicità è il suo marchio distintivo, come è facile intuire dalle sue risposte.

Hai detto “Lo sport è quel pezzo di strada che c’è tra noi e la felicità”. Cosa intendi?

«Ho sempre pensato che la felicità fosse la meta. In realtà lo sport mi ha insegnato che la felicità è dentro di noi, non è qualcosa che sta fuori e va raggiunto. È dentro di noi perché è quello che scegliamo di essere e di fare che può regalarci la felicità. In poche parole, se uno esprime se stesso attraverso le cose che ama si sente felice. Lo sport, se ci pensate, è proprio questo: l’espressione massima del singolo che deve dare il 100% per fare al meglio ciò che ama. E se fai bene ciò che ami, ti senti felice».

Ne “Il Vento Contro” parli della vita da non vedente. Come immagini il tuo futuro? E cambieresti qualcosa del tuo presente?

«Fino ad ora non cambierei niente, non perché mi senta un fenomeno che ha sempre fatto le cose giuste, ma proprio perché sono stati i miei errori a farmi crescere. Forse avrei potuto scegliere uno sport presente alle paralimpiadi (lo sci nautico non è rappresentato alle Olimpiadi, ndr) perché non poter partecipare ad un appuntamento del genere è un grande rammarico. Però è sempre lo sci nautico che mi ha regalato amicizie, esperienze e sensazioni meravigliose. Oggi sto disegnando il mio futuro partendo dal presente: mettere al servizio degli altri la mia storia e le esperienze che fi n qui ho vissuto. Per questo ho lasciato il mio lavoro da fisioterapista. Ho scelto di dedicarmi alla formazione dei ragazzi nelle scuole, degli adulti nelle aziende e dei miei colleghi di disabilità attraverso l’associazione che presiedo: Real Eyes Sport».

Secondo te cosa ci definisce come uomini nella vita?

«Sono convinto che se Dio ci ha donato un cervello più evoluto degli animali, dovremmo metterlo a disposizione della collettività per rendere questo mondo un posto migliore. Un essere umano sprecato è chi sceglie di non portare valore aggiunto per sé e per gli altri. Per questo preferisco le nuove idee alle polemiche o un uomo aperto al dialogo piuttosto che uno permaloso».

Uno abituato a vincere come te, cosa pensa delle sconfitte?

«Per fortuna esistono le sconfitte, se no come potremmo apprezzare le vittorie? Anzi, credo che i giovani abbiano un grande bisogno di quelle sconfitte dalle quali i genitori oggi li mettono sempre al riparo. Il bello della sconfitta è che ti dà modo di imparare che nella vita c’è sempre una seconda possibilità. Ognuno dovrebbe poter sbagliare per poi imparare a rialzarsi e vincere».

Quali sono le domande che ti fanno maggiormente i ragazzi quando parli nelle scuole?

«Le domande dei giovani sono sempre straordinarie perché sono spontanee. Qualcuno mi ha chiesto se anche i ciechi fanno la pipì oppure l’amore. Questo ci fa capire quanto a volte la disabilità sia un grande tabù, perché nessuno la racconta con naturalezza. Mi chiedono spesso anche del mio rapporto con la paura, con il dolore o con la noia. Cercano di conoscere i miei lati più umani».

Quali sono i momenti in cui ti senti “disabile”?

«Mi sento spesso disabile: quando trovo il parcheggio riservato alle persone con disabilità occupato da chi non ha il contrassegno, quando l’app della mia banca o un sito istituzionale non è accessibile o quando vado al ristorante con una ragazza e, a fine pasto, il cameriere porta il conto a lei perché forse pensa che un cieco non possa offrire una cena. Ma tante altre volte mi sento fortunato perché sempre più spesso trovo grande sensibilità d a parte di enti, istituzioni e persone».

Un non vedente deve spesso fi darsi degli altri. Come vivi la fiducia?

«Ho fatto un TedX a Castelfranco Veneto proprio sulla fiducia: lo sport ci aiuta a capire il senso di questa parola. Quando un atleta “è in fiducia” significa che sta attraversando uno di quei momenti in cui gli riesce bene tutto. Eppure facciamo spesso fatica a fi darci degli altri e addirittura di noi stessi. La fiducia coincide spesso con la speranza e una persona senza speranze è un’occasione persa per tutti».

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è una donna disabile, orgogliosamente disabile viene da dire conoscendola, perché lei con molta sincerità dice: «La mia vita sulle ruote non è troppo male, anzi». Se c’è qualche cosa che non le piace è la mancanza di conoscenza da parte delle persone, che finisce per causare grandi difficoltà. Ironica, intelligente e molto sensibile, Emanuela racconterà a Vivijesolo com’è la sua vita da disabile, tra episodi divertenti e altri scomodi: perché tutto potrebbe diventare un po’ più facile se solo ci fosse un minimo di accortezza da parte di tutti. Per scrivere a Emanuela Bressan: soloabili@yahoo.it

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